E all’improvviso il finimondo. Tra tanti argomenti tabù, Salvini sceglie proprio il tema controverso dell’aborto, e subito accade quello che era prevedibile: di colpo tutta la galassia radical-chic si è coalizzata e compattata. Ecco che i timori si materializzano; è come se tutto l’ambiente progressista avesse avuto la prova tangibile che quanto pensavano e dicevano riguardo all’impresentabilità politica e (sotto)culturale di Matteo Salvini e dintorni, fosse concreta.

Alla fine la vera faccia della destra si è palesata; questa è l’essenza del sovranismo e del populismo, parole nuove per significarne una vecchia: fascismo! Ma ovviamente, “fascismo” è un modo semplicistico per definire quello che per loro sarebbe il cascame decadente del “patriarcato maschilista”, intrinseco nella cultura borghese, occidentale e cattolica, sebbene – s’intenda – esclusa da questo “j’accuse”, l’area progressista, modernista e cattocomunista, della Chiesa sempre più preoccupata d’immigrati ed ecologismo, e distratta o indifferente e muta sui temi etici e spirituali.  Certo, Salvini lo fa alla sua maniera: rude, scomposta, impropria, e non sai mai dove finisce la passione ideale e inizia la “sparata elettorale”.

In questo caso però, Salvini rischia, perché, prendere di mira l’aborto, non è certo l’ideale per intercettare consensi elettorali. Sennonché, Salvini non ha esattamente proposto di abrogare la Legge 194 che disciplina l’aborto, ha solo fatto riferimento all’abuso che a suo parere alcune donne (in particolare immigrate) farebbero dell’aborto, usandolo come metodo “contraccettivo”, trasformando il pronto soccorso come bancomat dove interrompere la gravidanza fino anche a sei volte.

Parole quelle di Salvini che come solito sono più istintive che razionali, non prive di inesattezze e approssimazioni grossolane. Ma la morale di fondo resta la contrapposizione tra chi vive l’aborto come una conquista di libertà e progresso e chi la subisce come una sconfitta alla quale ricorrere solo come “extrema ratio”. La reazione alle parole di Salvini sull’aborto è stata di una violenza prevedibile, ma non per questo meno deplorevole. Politici, giornalisti e intellettuali “liberal”, hanno sparato a palle incatenate contro Salvini e la “destra reazionaria”, e le Sardine ci hanno inzuppato il biscotto. Oltre alla solita solfa sul criptofascismo, l’obiettivo dei radical-chic è ovviamente rovesciare l’inesistente “patriarcato maschilista”.

Argomento facile quando a essere attaccato è Salvini, ma che diventa astruso quando l’accusa è rivolta verso donne. È il tentativo bislacco in cui si è avventurata Tiziana Panella conduttrice di ”Tagadà” su La7, che interrogando la leader di Fratelli d’Italia sul tema dell’aborto, ha cercato di ottenere due piccioni con una fava: difendere l’ortodossia giacobina della 194, e mettere la Meloni contro Salvini, per dividere e spaccare il Centrodestra; strategia che la sinistra sta applicando disperatamente da tempo e che fu ampliamente collaudata ai tempi infausti di Gianfranco Fini e del suo improbabile neofuturismo. Sennonché, la Meloni, non è Fini e non è caduta nel tranello, e dopo aver evitato di fare stucchevole controcanto al leader della Lega, ha risposto a tono, trattando l’argomento con equilibrio, ovvero, riaffermando la posizione ferma in difesa della vita, ma evitando scivolose banalizzazioni, lasciando la Panella con un palmo di naso.

I punti salienti dell’intervento della leader di FdI sono il principio indiscutibile (per la destra) che l’aborto sia una sconfitta e non una vittoria, e la necessità di affrontare con urgenza tutta la parte sulla prevenzione all’aborto contemplata dalla Legge 194, ma puntualmente disattesa. La posizione sul tema della Meloni, appare più lucida di quella di Salvini, più equilibrata, più realizzabile, ma il principio di fondo non cambia: la destra è eticamente contraria alla cultura della morte, ed è assai difficile arrampicarsi sugli specchi nella ridicola accusa che la Meloni, una donna, sia “patriarcale e maschilista”.

Storicamente parlando – è necessario ricordarlo – il Movimento Sociale Italiano si oppose alla legalizzazione dell’aborto. Quella battaglia la destra sociale e nazionale, l’ha perduta e ne prendiamo atto. Se si facesse oggi un referendum, lo perderemmo nuovamente. Tuttavia un’area politico-culturale, non può cambiare idea solo perché sul tema è in minoranza. E la contrarietà all’aborto non affonda le sue radici su motivazioni necessariamente cattoliche o religiose; l’aspetto “religioso” può essere un’ulteriore motivazione che va ad amplificare le proprie posizioni, ma l’immoralità di sopprimere una forma di vita, seppur embrionale preesistano alla sfera religiosa e permangono anche di fronte a reali problematiche della donna, che l’hanno indotta a compiere quella scelta.

Il tema è perciò delicato, occorre muoversi con cautela, e non è opportuno agitare la clava, bensì, muoversi con cautela e intelligenza, ponendosi l’obiettivo di affrontare il problema dell’aborto sul piano etico e culturale, prima che su quello politico e legislativo. Un tema grave e urgente, che sta diventando sempre più drammatico, considerando che gradualmente si procede verso lo svincolamento da qualsiasi senso del limite o freno etico, basti pensare a certi Stati in Usa, nei quali si è giunti all’abominio dell’aborto tardivo che degrada l’interruzione di gravidanza a un vero infanticidio.