L’ultima volta che sono stato ad Acca Larentia ci sono capitato per caso, qualche anno fa dopo molto tempo. Un’amica romana mi aveva invitato all’inaugurazione di un locale trendy di un suo conoscente senza spiegarmi dove. Arrivati sul posto troviamo una lunga fila all’ingresso e decidiamo di fare due passi in attesa che la coda si smaltisca.

Giriamo l’angolo e, di colpo, mi ritrovo proiettato in un film che la mia mente aveva visto, rivisto e immaginato mille volte: la saracinesca, la lapide, la scalinata sulla quale erano finite la fuga disperata e la vita di Francesco Ciavatta. 

Mi accorgo di colpo che avevamo parcheggiato l’auto in via Evandro, che il locale al quale eravamo diretti era all’angolo con via Acca Larentia e che era proprio il nuovo dirimpettaio della vecchia sezione del MSI. Devo essere rimasto allibito o per lo meno avere fatto una faccia strana, perché l’amica mi aveva scosso il braccio e chiesto che cosa avessi.

L’atmosfera spensierata, le risate e l’allegro cicaleccio della gente in attesa di entrare nel locale contrastava in modo drammatico con il racconto ascoltato mille volte e ripetuto per anni, letto e riletto in tante ricostruzioni e che rivedevo nella mente aggirandomi inaspettatamente nel luogo dei fatti: la saracinesca, la scala, gli assassini dietro l’angolo che dovevano aver fatto più o meno il mio stesso percorso di quella sera.

Nessuno sembrava saperne niente; la mia amica non ne aveva mai sentito parlare, il gestore del locale (genere creativo di sinistra moderatamente alternativo) sapeva solo che lì era successo qualcosa “dei fascisti” ma non sapeva esattamente cosa né gli interessava. Si era solo accorto che l’affitto era conveniente…

Nessuno faceva caso né alla lapide sul muro né a quella saracinesca chiusa sotto una vecchia scritta “MSI” nera e sbiadita. Restai lì per un po’, in silenzio, riflettendo.

In fondo quello che avevo visto quella sera era il ritratto della realtà che avevamo sempre vissuto: l’indifferenza, la memoria negata o perduta, l’impossibilità di far capire cosa ci fosse dietro quella lapide, cosa rappresentasse quella saracinesca.

Scrivere qualcosa di utile e non scontato su Acca Larentia è quasi impossibile. Nel bene e nel male tutto quello che poteva essere detto o scritto, inclusi gli oblii e le misere polemiche tra le variegate schegge destriste, è stato detto e scritto. Quello che non ha potuto essere detto o scritto, ad esempio i nomi di assassini, complici e mandanti, quasi certamente non lo sarà mai.

Di uno dei più gravi, emblematici ed inquietanti fatti di sangue degli anni di piombo restano il ricordo vivo di chi, avendo vissuto quegli anni nello stesso modo ma con molta più fortuna di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, si ostina a non dimenticare e poco altro.Nonostante sia un nodo fondamentale nel quale si intrecciano molti fili della storia di quegli anni, Acca Larentia ha sempre avuto da parte dei media, dell’informazione e quindi dell’opinione pubblica un’attenzione marginale, non proporzionata alla gravita del caso, forse non per caso. Acca Larentia è la causa diretta ed il punto di partenza della tragica e folle avventura dello spontaneismo armato dei ragazzi dei NAR che, come racconta Francesca Mambro, decisero proprio quella sera di passare, a modo loro, alla lotta armata perché “non possiamo farci ammazzare tutti così”.

E’ il punto di rottura di una certa visione dei rapporti della destra, quanto meno giovanile, con lo stato e le forze dell’ordine per l’uccisione di Stefano Recchioni, mai chiarita: da sempre attribuita (a suo tempo, sia pure come fatto accidentale, anche dall’allora ministro degli interni Francesco Cossiga in Parlamento) all’ufficiale dei Carabinieri Eduardo Sivori, ma chiusa sul piano giudiziario da un’ordinanza di proscioglimento in istruttoria del 1983 che ha aperto, però, interrogativi che non hanno mai avuto risposta (se non è stato Sivori chi ha ucciso Recchioni?) e altri scenari piuttosto inquietanti, su chi abbia veramente sparato quella sera: provocatori con l’intenzione di alimentare la strategia della tensione approfittando delle circostanze (pochi mesi prima era morta così Giorgiana Masi) o, come ha sostenuto nel 2015 Sivori, addirittura brigatisti rossi che facevano fuoco contemporaneamente contro i ragazzi del MSI e contro i carabinieri?

Da Acca Larentia, alimentata dal cinismo dei governanti di allora, dall’indifferenza della politica e dall’inerzia di forze dell’ordine e magistratura, parte una lunga scia di sangue che brucerà molte altre vite: Roberto Scialabba e Ivi Zini, militanti di sinistra che non centravano niente colpiti nel mucchio dai NAR; Franco Anselmi, uno di quelli che la sera del 7 gennaio avevano scelto la vendetta e la lotta armata, ucciso pochi mesi dopo nell’assalto all’armeria Centofanti, Alberto Giaquinto ucciso da un poliziotto con un colpo alla nuca durante la manifestazione per ricordare il primo anniversario della strage. E Giuseppe Antonio Ciavatta, il padre di Francesco, che non regge al dolore per la perdita del figlio e si suicida.

Quella sera fa la sua prima tragica apparizione la oramai celebre pistola mitragliatrice Skorpion Cz 61 che incastra Acca Larentia nel mosaico del terrorismo rosso: dopo avere fatto fuoco su Ciavatta e Bigonzetti l’arma finirà nelle mani delle Brigate Rosse che la useranno anni dopo per uccidere l’economista Ezio Tarantelli, l’ex sindaco di Firenze Lando Conti e il senatore democristiano Roberto Ruffilli.

Una vicenda, quella della Skorpion, che ha dell’incredibile: acquistata da Jimmy Fontana, il cantante degli anni ’60, viene rivenduta nel 1971 ad un commissario di Polizia, che ha sempre negato di averla acquistata, per poi comparire magicamente nelle mani dei fantomatici “Nuclei armati per il contropotere territoriale”, la sigla con la quale è stata rivendicata la strage di Acca Larentia, svanire e riapparire nelle mani delle BR.

Fatti e circostanze mai chiariti, seguiti in ritardo da inquirenti distratti e non troppo zelanti, poi ingoiati dall’esaurimento dei vari procedimenti e finiti nel nulla.

Di tutto questo per chi ancora si sente vicino a quei ragazzi resta oggi solo il dovere del ricordo; preservare la loro memoria e tramandarla non servirà certo a compensare l’iniquità di quelle morti e la negazione della giustizia ma potrà almeno evitare che il loro sacrificio si disperda nel tempo senza lasciare traccia, come molti vorrebbero.

D’altra parte a farci sapere che l’odio antifascista dal quale scaturiscono certi fatti non è mai morto ci pensa l’ANPI di Roma che con un vergognoso comunicato, che gronda ipocrisia, faziosità e ignoranza, comunica al mondo che “Anche quest’anno, i fascisti si preparano a commemorare i fatti accaduti il 7 gennaio 1978 in Via di Acca Larentia. Il comitato provinciale dell’Anpi di Roma esprime grandissima preoccupazione in quanto ormai da anni il 7 gennaio è divenuto occasione di ostentazione di simbologie e rituali fascisti e vengono palesemente e intenzionalmente sfidate le leggi vigenti in materia di apologia di fascismo” chiedendo alle autorità “la rigorosa e severa applicazione delle leggi cosiddette Scelba e Mancino” (applicazione che, come sappiamo dalla copiosa giurisprudenza consolidatasi in questi anni proprio grazie alle maldestre iniziative dell’ANPI, non prevede nessun reato e nessun divieto in casi come questi).

Vale la pena di ricordare che è la stessa ANPI a fianco della quale si era dichiarato pronto a marciare per il 25 aprile il coordinatore nazionale del partito che oggi ostenta, oramai più come un brand che come un simbolo di valori, la stessa fiamma che una volta era dipinta sulla saracinesca della sezione di Acca Larentia.

E anche questo ci da la misura della distanza che oramai ci separa da quei tempi, da quegli avvenimenti e da quella politica.