Come negli scorsi anni, la destra (divisa) ha ricordato i tre ragazzi caduti di Acca Larenzia. Nella prima mattinata del 7 gennaio scorso, i giovani di Fratelli d’Italia, si sono recati al cimitero Verano soffermandosi tra l’altro, davanti alla tomba di Stefano Recchioni, seguiti qualche ora dopo da militanti di Avanguardia Nazionale che si sono portati di fronte alla Cappella dei Martiri Fascisti. Nel primo pomeriggio, è stata celebrata una messa nella Chiesa di Gaspare Del Bufalo, alla presenza degli scampati all’eccidio, officiata da don Attilio Russo, ex segretario della sezione missina di Acca Larenzia, divenuto prete dopo l’eccidio.

Infine alle 16 un lungo, composto e silenzioso corteo, organizzato da Casa Pound, è partito da piazza Asti, ha percorso la via Tuscolana raggiungendo il piazzale dove sono morti Francesco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni. Dinnanzi alla sede, alle 18.20 in punto, è risuonato il presente mentre centinaia e centinaia di persone con il braccio destro e diritto hanno fatto il saluto romano. Fonti della questura hanno calcolato in seimila i partecipanti.  Una nostra amara riflessione: anche in questa tragica occasione la destra ha dimostrato, purtroppo, di non essere capace di compattarsi. In questo articolo, desideriamo  ricordare – dal punto di vista storico – uno degli episodi più sanguinosi degli Anni di piombo.

IL CONTESTO STORICO

Caliamoci sinteticamente nel contesto storico dell’ anno che precede il sanguinoso agguato ai ragazzi della sezione missina di Acca Larenzia a Roma, più volte presa di mira dagli estremisti di sinistra. Il 1977 è contraddistinto dall’avvicinarsi del Pci all’area di governo, dal progressivo disfacimento delle formazioni extraparlamentari di sinistra che produce nei suoi militanti, delusione, rabbia, violenza. Nel cosiddetto movimento del Settantasette, accanto all’ “area creativa”, si sviluppano gruppi più radicali, tra cui l’Autonomia di Toni Negri che ha fagocitato, tra l’altro, Avanguardia operaia, Potere operaio, Lotta continua.

Lo scontro tra il Movimento e il Pci esplode con la contestazione di un comizio del segretario della Cgil, Luciano Lama all’interno dell’ ateneo romano il 17 febbraio. Senza precedenti l’ondata terroristica delle Brigate rosse e dei gruppi ultracomunisti: attentati, agguati con morti e feriti. Gli obiettivi: forze dell’ordine, magistrati, avvocati, giornalisti, dirigenti industriali, esponenti politici, militanti. I primi nemici da combattere, e in alcuni casi da eliminare, sono i “fascisti”, ai quali l’antifascismo militante” , e non solo, ostacola qualsiasi iniziativa.

Da ricordare, infatti, che le Brigate rosse uccidono per la prima volta a Padova il 17 giugno 1974. Assassinati i missini Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, che si trovavano nella sede del Msi. Le vittime missine degli anni di piombo saranno 21, di cui ben 14 a Roma. E’ dai primi anni Settanta, elezioni amministrative del ’71 e politiche del ’72, che hanno visto un notevole successo elettorale del Msi-Dn che il partito di Almirante è perseguitato da gran parte della magistratura, isolato politicamente, attaccato dalle formazioni d’estrema sinistra con attentati e agguati anche mortali. Tutto ciò mentre Dc e Pci, attraverso la formula politica della solidarietà nazionale, stanno per realizzare il compromesso storico auspicato e ideato da Aldo Moro e Enrico Berlinguer. Compromesso storico che è avversato dalle Brigate rosse il cui obiettivo è quello di farlo naufragare con ogni mezzo. In questo quadro politico e storico si consuma la spietata imboscata di Acca Larenzia, episodio di cui è responsabile una delle tante sigle che appaiono nella capitale nel corso degli anni del “terrorismo diffuso”: i “Nuclei armati per il contropotere territoriale”.

L’AGGUATO

Il 7 gennaio 1978, mentre calano le prime ombre della sera, nella sezione missina di via Acca Larenzia, al Tuscolano, ci sono alcuni ragazzi del Fronte della Gioventù che si accingono ad uscire. Alle 18 circa una quindicina di militanti varcano la porta blindata. Debbono recarsi a piazza Risorgimento dove è previsto un volantinaggio organizzato dal segretario provinciale del Fronte, Maurizio Gasparri. Alle 18.20 altri cinque giovani lasciano i locali della sede missina. Sono Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini e Giuseppe D’Audino. Nel momento in cui uno dei ragazzi spegne la luce, Bigonzetti apre la porta blindata della sezione. La via è poco illuminata, il “covo” dei fascisti è in penombra. Un gruppetto di cinque o sei giovani girato l’angolo di via Evandro, avanza velocemente verso la sezione. Apre il fuoco. Bigonzetti non riesce neppure a fare due passi: investito dal piombo e colpito alla testa, cade davanti alla sezione. Due sagome si staccano dal gruppo dei killer, si avvicinano e sparano di nuovo, mentre Segneri, ferito al braccio destro, fa in tempo a rientrare, spingendo a terra gli altri due giovani che si trovano sulla soglia del locale. Ma per Ciavatta che segue Bigonzetti, non c’è scampo: tenta di fuggire attraverso la rampa di scale che porta a via delle Cave. E’ come se vivesse la sua morte al rallentatore: giunto al secondo gradino viene investito da una raffica di proiettili. E’ ferito, ma con la morte aggrappata addosso, raggiunto il ballatoio in cima alla scalinata, si butta giù dalla rampa. Poi crolla a terra. Gli assassini non sono ancora sazi di sangue: si fermano davanti alla porta della sezione missina. Imprecano. Non sono riusciti ad ammazzare gli altri “fascisti”. Poi, ritrovata la calma, si allontanano. Raggiungono un’auto. Lasciano l’arma nel bagagliaio e, a piedi spariscono. Un silenzio pesante scende sulla zona. Lentamente la porta blindata della sezione viene riaperta. I tre superstiti tentano di soccorrere Bigonzetti. Qualcuno lo solleva, lo scuote, poi lo trascina. Ma si accorge che sta soltanto aiutando un cadavere. Dalla rampa di scale arriva un lamento flebile: Francesco Ciavatta rantola, ma non ha perso conoscenza. Qualche finestra dei caseggiati attigui si apre. Chi si affaccia osserva ammutolito, ma indifferente o impaurito, la scena di sangue. Passa qualche minuto e in via Acca Larenzia piombano a sirene spiegate un’Alfetta dei carabinieri e una volante della polizia. Gli agenti prendono a bordo Vincenzo Segneri, diciotto anni, operaio in un’officina meccanica che sanguina dal braccio. Un quarto d’ora e arriva la prima autoambulanza. Gli infermieri caricano Ciavatta che nel frattempo ha perso conoscenza. E’ una corsa disperata, inutile. Solo un’ora prima il giovane, diciotto anni, studente, figlio di operai (il padre si toglierà la vita qualche tempo dopo) , aveva vergato il suo messaggio su un foglio di carta lasciato sulla scrivania della sezione: SIAMO A PRATI. ASPETTAMI DOMATTINA. FRANCO. Un appuntamento con un camerata. Nulla più.

Per il corpo di Franco Bigonzetti, diciannove anni, studente al primo anno di medicina, figlio di un impiegato, non c’è nessuna fretta. E’ passato dalla vita alla morte senza neppure rendersi conto che chi gli sparava era un ragazzo come lui, forse della sua stessa età, un anonimo terrorista di una metropoli senza volto. Con il passare delle ore, centinaia di giovani di destra, accorsi da ogni parte della città, si affollano a via Acca Larenzia. Sono palpabili dolore, esasperazione, tensione. C’è chi piange, chi urla, chi depone fiori davanti alla sezione. Si consuma un’altra tragedia. Alcuni ragazzi prendono a calci una 127 dei carabinieri che lanciano candelotti lacrimogeni. La situazione degenera. Si sentono alcuni colpi di pistola. Un giovane, colpito alla fronte, stramazza al suolo. E’ Stefano Recchioni, diciannove anni, militante della sezione Colle Oppio. Morirà neppure quarantotto ore dopo all’ospedale.

LA STORIA DELLA SKORPION ASSASSINA. L’INQUIETANTE FIGURA DI UN COMMISSARIO DI PS. INDAGINI LACUNOSE DA PARTE DELLA MAGISTRATURA

Quasi dieci anni dopo magistratura, Digos e carabinieri sono costretti a riaprire le indagini su Acca Larenzia, grazie al ritrovamento in un covo delle Br a Milano nel giugno 1988, di una mitraglietta Skorpion. In verità, cercavano l’arma che aveva ammazzato Aldo Moro. Ma, fatta la perizia balistica, il risultato è sconvolgente: é l’arma che ha ucciso nel marzo 1985 l’economista Ezio Tarantelli, nel febbraio 1986 l’ex sindaco di Firenze Lando Conti e nell’aprile 1988 il senatore Roberto Ruffilli, braccio destro di Ciriaco De Mita. I periti accertano – dato che la matricola non era stata cancellata – che la mitraglietta Cz 61 Skorpion calibro 7. 65 era anche la stessa che aveva colpito ad Acca Larenzia il 7 gennaio 1978. Innanzitutto si tenta di sapere dove e quando i brigatisti sono venuti in possesso dell’arma. Si scopre che la Skorpion nel 1971 era stata acquistata dal cantante Jimmy Fontana, collezionista di armi, poi venduta nel 1977 al funzionario di polizia, Antonio Cetroli (commissario di Ps nel quartiere Tuscolano …) nell’armeria Bonvicini di via Oslavia al quartiere Prati. Cetroli si sarebbe sbarazzato dell’arma, finita poi nelle mani di un soggetto abitante nella stessa zona che “utilizzava la Skorpion nelle vicine grotte della Caffarella per iniziare le reclute del partito armato al mestiere delle armi” ( lo affermano Valerio Cutolilli e Luca Valentinotti nel libro Quello che non è stato mai detto). Ma il funzionario di polizia prima nega di avere avuto contatti con il cantante e poi ammette di essersi interessato all’arma di Fontana, ma come collezionista; interesse venuto meno dopo la classificazione della Skorpion quale arma da guerra.

Una cosa è certa: il poliziotto che, tra l’altro, operava nella stessa zona dove era avvenuto il fatto come mai non aveva collegato le raffiche udite ad Acca Larenzia alla mitraglietta Skorpion di cui conosceva l’esistenza? Un altro interrogativo inquietante riguarda gli inquirenti che non solo sul caso Fontana-Cetroli (deceduto nel 2005) ma anche sull’intero caso si sono comportati in modo colpevolmente lacunoso. Forse perché c’erano di mezzo un poliziotto ed un carabiniere (sarebbe responsabile dell’uccisione di Stefano Recchioni )? Oppure sono altri i motivi di questa scandalosa “imperizia”? Hanno indagato con superficialità sul luogo e sui testimoni. Tra le tante ipotesi avanzate sull’itinerario seguito nella fuga dei killer, c’è la possibilità che qualcuno del commando si sia mescolato alla folla di giovani di sinistra che nel vicino cinema “Trianon” stava assistendo alla proiezione del film Antonio Gramsci. I giorni del carcere.

 

UNA PISTA ILLUMINANTE MENO CHE PER GLI INQUIRENTI

Nel corso delle indagini una ragazza, Livia Todini ammette al sostituto procuratore Franco Ionta di avere partecipato alle riunioni di alcuni giovani appartenenti ad un gruppo d’estrema sinistra gravitanti al Tuscolano. Il racconto apre una spiraglio interessante sulla preparazione e sull’esecuzione dell’agguato ai ragazzi del Fronte della Gioventù.

La ragazza ammette, infatti, al sostituto procuratore Franco Ionta, che un giovane, Francesco De Martiss (in seguito passerà alle Brigate rosse) l’aveva invitata a casa di una sua amica, Daniela Dolce. Nel corso di un incontro si era discusso come fabbricare un timbro. Quando si era diffusa la notizia dell’attacco alla sezione missina, Livia Todini sospetta a cosa sarebbe dovuto servire quel timbro. La Todini specifica al giudice: “Ero con Francesco e ricordo che il mio amico era restato stupefatto:«Ma sono matti!» aveva detto. Qualche giorno dopo qualcuno aveva riferito al mio amico che all’assalto avevano partecipato Daniela, Mario e il «Roscio», gli stessi che avevo visto in casa di Daniela quando si discuteva del timbro e che erano in compagnia di altri due di Lotta continua. Ricordo che quando i giornali, qualche giorno dopo, pubblicarono l’identikit di alcuni componenti del commando, sia io che F.D.M. restammo colpiti dalla straordinaria rassomiglianza di un disegno con il «Roscio», che venni poi a sapere essere un militante di Lotta continua del quartiere Alessandrino”.

È sulla base di quanto asserito dalla «pentita» che il 30 aprile 1987 il giudice istruttore del tribunale di Roma, Guido Catenacci, spicca cinque ordini di cattura ( non tutti eseguiti ), tra cui quello di Mario Scrocca, una figura fondamentale per capire da chi e perché è stato compiuto l’eccidio. Per la magistratura, infatti, è il «Mario» visto dalla Todini in casa di Daniela. Ventotto anni, sposato, padre di un bambino di due anni, infermiere al reparto rianimazione dell’ospedale Santo Spirito, era un personaggio conosciuto dagli attivisti missini di via Acca Larenzia. All’epoca dell’eccidio aveva diciannove anni e militava in Lotta continua. L’ordine di cattura contro Scrocca, che nel frattempo appariva come un tranquillo padre di famiglia lontano dalla politica, con in tasca soltanto la tessera della Cgil Ospedalieri, parla di duplice omicidio, tentato omicidio, associazione sovversiva e partecipazione a banda armata. Alle 11.30 di giovedì, 30 aprile 1987 Mario Scrocca varca il cancello del carcere romano di Regina Coeli e imbocca il disperato tunnel della sua morte. Un’ora dopo viene interrogato dai magistrati Catenacci e Franco Ionta. Nega di aver partecipato all’azione armata del 7 gennaio di nove anni prima, pur ammettendo la sua militanza politica dell’epoca. Terminato l’interrogatorio, alle 14 circa, Scrocca viene rinchiuso in cella d’isolamento perché deve ancora rispondere ad altre domande dei magistrati. II giorno successivo è il 1° maggio, giorno festivo, e il nuovo confronto tra il giovane e i magistrati viene rinviato. Ma Scrocca, dopo avere scritto una toccante lettera alla moglie, con un rudimentale cappio fatto con un asciugamano si impicca ad una inferriata. Il disperato gesto del giovane può essere visto anche come una prova della sua colpevolezza. Altro interrogativo sui magistrati inquirenti. Se è il “Mario” di cui ha parlato la pentita, quindi un importante testimone, come mai non è stato guardato a vista? E come mai alla “retata” è sfuggita Daniela Dolce, un’altra pedina importante, essendo la giovane che ospitava nella sua casa i presunti terroristi e avrebbe partecipato all’agguato?

Dopo i fatti di Acca Larenzia, si scatena la reazione scatenante di una parte, anche se minima,dei ragazzi di destra. Il tutto sopraggiunge proprio in momento particolarmente felice per il Fronte della Gioventù, rilanciato dai benefici effetti del I Campo Hobbit a Montesarchio. I giovani di destra che prendono le armi vogliono vendicare i caduti di Acca Larenzia. E’ un altro, doloroso, sanguinoso capitolo che fa parte degli Anni di Piombo.

Ancora oggi, a 40 anni di distanza, non è stata fatta giustizia.