Ad Atreju sabato mattina è previsto un incontro tra operatori culturali “d’area” — per lo più giornalisti, scrittori, sociologi, economisti — e rappresentanti di quel che resta della destra politica italiana. Sulla carta è un’occasione per capire, capirsi, ascoltare e ascoltarsi. Forse ritrovarsi. Una piccola, buona notizia. Forse. Impossibile prevedere l’esito, ma dopo decenni di vuoto assoluto è già qualcosa.

Perchè? Basta riaprire l’album di famiglia e sfogliare qualche pagina  per capire come, dagli anni Cinquanta in poi, le “politiche culturali” delle destre — dall’MSI al PdL — siano state poca, pochissima cosa: un susseguirsi di diaspore, delusioni, intrecciate a promesse mancate, occasioni perdute e tanta ottusità. Per decenni, a fronte di un patrimonio notevole — frutto immeritato di un passato importante e di un mondo giovanile vivace e curioso — una piccola nomenklatura di parlamentari ha operato, con rara pervicacia e costanza, una selezione alla rovescia: fuori le intelligenze (sempre difficili o impossibili da gestire), in alto i cretini (facili da usare e buttare). I nani si circondano sempre di gnomi.

Nulla di strano. I notabili non amano, non hanno mai amato, l’irrequietezza, l’anticonformismo, la ricerca intellettuale. Men che mai l’eresia. Meglio i militonti, i generosi di sempre, gente semplice e onesta, facile da commuovere e motivare con qualche appello al Duce e tanti “santini” elettorali. L’importante per i cacicchi (di ieri e di oggi) era ed è l’ortodossia (?) e la sicurezza del collegio elettorale.

Brutte, pessime abitudini che dal MSI di Michelini e Almirante — il segretario che incoronò Armando Plebe a “faro culturale” della destra italiana ed espulse Marco Tarchi e i suoi amici — sono continuate con Fini — A. N fu un vuoto pneumatico, nobilitato solo dalla figure di Marzio Tremaglia e Pinuccio Tatarella, troppo presto scomparsi — e proseguite, con tranquilla protervia, sotto lo scettro di Berlusconi. La nomina di un matto vero come Sandro Bondi a ministro della cultura e la designazione di una ladro confesso come Galan alla presidenza della commissione cultura della Camera, sono il degno sigillo di un’esperienza fallimentare.

Visti i precedenti è difficile sperare. Lo sappiamo. Eppure — un goccio d’ottimismo è necessario —  l’incontro di sabato può avere una validità e (chissà) delle prospettive.

Con coraggio, va riconosciuto, Giorgia Meloni e Andrea del Mastro (il regista di questa simpatica follia) hanno deciso far uscire FdI dal suo piccolo acquario — una bolla autoreferenziale, rassicurante quanto sterile — e ascoltare chi da anni, nell’età del Caos, studia e scrive, lavora sulla comunicazione, viaggia, analizza e ricerca. L’importante sarà, allora, confrontarsi con serietà, senza ambire ad inutili primazie, senza pretendere strambe investiture, senza intorcigliarsi in ragionamenti astrusi.

Funzionerà? Non lo sappiamo. Di certo è arrivato il tempo di pensieri lunghi, di progetti forti e credibili. D’intelligenze organizzate e di discussioni articolate e profonde. E magari, piuttosto che un comitato elettorale o uno strambo sodalizio di revenants, di un partito serio, capace di ragionare e interrogarsi. Con tanti saluti a chi preferisce trimpellare tra orti lapidari, ruspette e fiammette.