Anche di recente, quando sono stati celebrati i 70 anni della nascita del Movimento sociale italiano, alcuni tuttologi hanno tentato di sminuire l’importante funzione che ha avuto il Msi in Italia dal 1946 al 1995. A parere di questi soggetti, il partito fondato da Pino Romualdi, Giorgio Almirante e Arturo Michelini (cito solo i più noti), era rozzo, privo di cultura, incline solo alla violenza. Msi=neofascismo; Msi=eversione; Msi=ignoranza politica e culturale; Msi=nostalgismo e retorica.

Per rimanere solo nel campo culturale ho rivolto qualche domanda a Massimo Magliaro, giornalista e saggista, già capoufficio stampa del Msi-Dn dal 1978 al gennaio 1990, vicedirettore del Tg 1 nel 1994, poi direttore di Rai International dal 2000 al 2006 e quindi presidente di Rai Corporation dal 2009 al 2011. L’ultimo suo saggio,in lingua francese, “Le Msi”, edito da Synthese National, è stato presentato a Parigi alla fine del marzo scorso.      

 

“Mi fanno proprio ridere quelli che scrivono e dicono che il Msi non faceva cultura, era senza libri e lettori, non insegnava ai suoi ragazzi altro che scazzottate e retorica. La cinquantennale storia del Msi è fatta di tante cose. Fra queste tante cose ce ne sono due che voglio sottolineare.

Per mezzo secolo, più o meno, quella comunità umana con una mano si è dovuta difendere dagli attacchi comunisti che dalla Volante rossa a Genova, da piazza Fontana al terrorismo diffuso. Questi attacchi hanno lasciato decine e decine di vite spezzate. Nostre. Si è dovuta difendere dalle persecuzioni poliziesche e giudiziarie, dalla legge Scelba a Bianchi d’Espinosa. Si è dovuta guardare dalle manovre di ogni tipo imbastite da un sistema che con gli altri era liberale e con noi era liberticida. Galera, persecuzioni, emarginazioni.

E con l’altra mano pubblicava riviste, dava vita a convegni, anche internazionali, seminari di approfondimento e di ricerca, alimentava istituzioni culturali di notevole livello qualitativo. Cito il Centro di vita italiana (Ernesto De Marzio), l’Istituto nazionale di studi politici ed economici (Nino Tripodi) e l’Istituto di studi corporativi (Gaetano Rasi, Diano Brocchi e Ernesto Massi), che non erano espressione ufficiale del partito ma che comunque nascevano dal fecondo terreno del partito.

A questi vanno aggiunti la Fondazione Gioacchino Volpe (con Giovanni Volpe), il Centro italiano documentazione azione e studi (Sergio Ricossa) e l’Associazione internazionale per la difesa della cultura occidentale (Armando Plebe). Ricordiamoci di quel che è stato e di quel che ha fatto Giovanni Volpe  organizzatore degli “Incontri romani” che si sono svolti per oltre dieci anni fino alla sua morte improvvisa.

Insomma negare o sminuire questo impegno sul fronte della cultura oltre che stupido è inutile, perché ci sono gli atti dei Convegni, i libri e le altre pubblicazioni dell’epoca a dimostrare questa attività. Per non andare troppo indietro, a memoria, alcune riviste dei primi anni Settanta: la Destra, diretta da Claudio Quarantotto (dove scrivevano Michel De Saint Pierre, Ernst Junger, Vintila Horia, Thomas Molnar, Giuseppe Prezzolini, Caspar Schrenck-Notzing, Armando Plebe, Renato Melis…) oppure la Rivista di Studi Corporativi , diretta da Franco Tamassia, che si avvaleva della collaborazione di Gaetano Rasi, Claudio de Ferra, Giuseppe Tricoli, George Uscatescu, Maurizio Cabona, Giano Accame, Enrico Nistri e tanti altri intellettuali, quelli veri… Inoltre Intervento, diretto da Fausto Gianfranceschi con la collaborazione dei fior fiore dell’intelligencija della destra italiana ed internazionale. E come dimenticare i libri de Le Edizioni del Borghese, dirette da Mario Tedeschi, che uscivano con cadenza mensile?

 

Ed ora passiamo ai giorni d’oggi. La Fondazione Alleanza Nazionale, molto probabilmente per rispettare gli scopi statutari per cui è stata costituita, ha indetto nel 2015 e nel 2016 due bandi per una Scuola di Formazione politica. L’articolo 2 dello statuto afferma che le sue “finalità sono la conservazione, tutela e promozione del patrimonio politico e di cultura storica e sociale che è stato proprio, fino alla sua odierna evoluzione, della storia della destra italiana”.  

La Scuola di Formazione politica della Fondazione di Alleanza nazionale, terminata l’11 marzo scorso, per il “Secolo” (30 marzo) è un’esperienza da ripetere, come avrebbero sentenziato gli “organizzatori”, dato che può “essere un luogo di formazione continuo di classe dirigente”, così come avveniva “in modo cartesiano” (sic!) nelle scuole di partito organizzate dal Pci, dalla Dc o in quelle “missine gestite da Massimo Magliaro, portavoce di Almirante”.

Il rischio di oggi, dove la militanza e il volontariato sono venuti meno, è che i partecipanti alla Scuola di Formazione di AN, scelgano questa strada, non tanto per amore della politica, quanto per raggiungere l’obiettivo di uno scranno alla Camera o al Senato, oppure di un seggio al consiglio regionale. Massima aspirazione, quella di una remunerata poltroncina che possa anche assicurarti il vitalizio, buono per la vecchiaia.

Ricordo che al liceo, il mio professore di filosofia quando ci insegnava il concetto classico e moderno della politica, si soffermava sul derivato dell’aggettivo di polis (politikòs) significante tutto ciò che si riferisce alla città, e quindi al cittadino, civile, pubblico e anche socievole e sociale. Il termine politica è stato tramandato per influsso della grande opera di Aristotele, Politica, che è da considerare il primo trattato sulla natura, le funzioni, le partizioni dello Stato, ecc. ecc. Aristotele affermava, tra l’altro, che il fine della politica non è il vivere ma il vivere bene.

Non credo che per “vivere bene” Aristotele indicasse quello più materiale, egoistico, individualista… Semmai si riferiva a quei valori che, più tardi Nino Tripodi, fondatore dell’Istituto nazionale di studi politici ed economici nel 1959 e direttore del “Secolo d’Italia” dal 1969 al 1982, intellettuale di primissimo piano, li considerava come “leggi di Dio e della natura che non portano data”. Tripodi diceva che “questi valori, queste leggi, si possono esemplificando riscontrarli in Dio, nella patria, nella famiglia, nell’amore,nella morale, nella bellezza, nel merito”.

L’estensore del pezzo sul “Secolo” del 30 marzo scorso, ha pure citato alcuni docenti che si sono “alternati” nelle lezioni, dalla “parte comunicativa a quella più strategica, sotto la direzione di Marcello Veneziani”. Ma come sono stati designati i docenti? Chi li ha scelti e per quali motivi? Erano compatibili con gli scopi che si prefiggeva la Scuola di Formazione? Sulla piazza sono i migliori? Chi ha redatto lo strampalato programma delle lezioni e quindi dei temi da trattare?Alla fine dei corsi, sono state distribuite dai docenti le dispense delle lezioni tenute?

Secondo quanto era stabilito nei due bandi, sia quello del 2015 che quello del 2016, i cosiddetti docenti dovevano essere selezionati dal Comitato scientifico e culturale della Fondazione. Il Comitato non è stato né convocato, né avvertito. Questa palese irregolarità che, di fatto, renderebbe nulli i bandi, non è stata l’unica. Inoltre per i bandi il Comitato avrebbe dovuto esaminare i curricula dei candidati per essere ammessi alla Scuola. Non è stato investito da questa incombenza. Infine, stando sempre ai bandi, al termine dei corsi, “oltre a rilasciare un attestato di partecipazione”, avrebbe dovuto “segnalare alla Fondazione i più capaci e meritevoli, proponendo borse di studio, stage, presso movimenti politici, patronati, testate, enti e istituti”. Ma i membri del Comitato sono stati tenuti all’oscuro anche di questo. Superficialità, arroganza, impunità, non conoscenza degli scopi statutari dello Statuto della Fondazione, ignoranza delle leggi vigenti ? Appare evidente che è stato commesso un errore di valutazione nell’affidare solo ad alcune persone, la preparazione della Scuola di Formazione; persone capaci di agire ottimamente in altri campi ma non in questi specifici settori. Hanno dimostrato di muoversi quali corpi estranei alla destra, sia passata che presente. E’ stato come catapultare un bravo direttore della banda musicale di un paese sul podio della Scala. O come affidare ad un eccellente professore di filosofia o di economia la guida di una Ferrari in un Gran Premio di Formula Uno. Oppure farsi raccontare da un disincantato spettatore degli avvenimenti politici, gli episodi che hanno contraddistinto la nascita e l’evoluzione della destra in Italia, nel bene e nel male.

Tu che avresti, secondo il Secolo d’Italia, gestito le scuole missine, trovi qualche parallelo con i corsi che sono stati organizzati dalla Fondazione?

“Preciso subito che non ho mai ‘gestito’ le scuole missine. Non fosse altro per l’età. L’ho già smentito ai diretti interessati. Debbo ripeterlo oggi, dato che ormai internet ha diffuso questa stravagante affermazione. E, anche quelle organizzate dall’ISC del cui direttivo ero membro (essendo stato fondatore dell’Istituto con Rasi, Brocchi, Ciammaruconi, Moricca, Palmeri, De Angelis e mio fratello Giovanni), non mi hanno visto loro “gestore”: ero capo redattore della Rivista di Studi Corporativi e direttore dell’agenzia settimanale dell’ISC, l’Informazione Corporativa. Da ragazzo ho seguito i Convegni, i Seminari, gli Incontri, le Scuole di partito. Posso testimoniare soprattutto la qualità degli interventi. Dibattiti, lezioni,che trattavano temi come il diritto, la storia, la scuola, il primato della politica sull’ economia … Al di là dei Convegni e degli Incontri il Msi di allora faceva Corsi di preparazione politica (così si chiamavano) spesso e volentieri. Si svolgevano quasi ogni anno. I giovani che vi partecipavano non dovevano pagare nulla e ricevevano un modesto rimborso spese solo coloro che venivano da fuori Roma. Duravano una ventina di giorni, più o meno. Ed erano anche momenti di incontri utili per confrontare esperienze diverse della vita di partito. Bene. Quei corsi finivano con la pubblicazione degli atti. I docenti parlavano quasi sempre a braccio ma comunque si incaricavano di lasciare alla Segreteria del corso il testo scritto, magari rivisto qua e là, della loro lezione. Ne conservo alcuni di questi atti. E andarli a rileggere mi fa capire ancora oggi il valore culturale degli oratori. Ricordo Ezio Maria Gray sulla storia delle relazioni internazionali. Fu la prima volta che sentimmo parlare di geopolitica. Augusto de Marsanich sullo Stato dal punto di vista filosofico e dottrinario. Giganti.

A tutto ciò debbono aggiungersi i Corsi di aggiornamento politico indetti dalle organizzazioni giovanili, come la Giovane Italia, il Fuan, il Fronte della Gioventù ed infine dalla Cisnal. Atti, dispense (all’inizio anche a ciclostile), pubblicazioni, libri. Libri su cui riflettere e su cui si sono formati intere generazioni.

Erano alti i costi di queste iniziative?

 “No, per queste iniziative che ho ricordato erano pari a zero: solo i rimborsi per i fuori sede e la stampa, peraltro assai spartana, degli atti che venivano dati ai giovani ad integrazione degli appunti presi durante le singole lezioni. La tipografia era quella del Secolo d’Italia. Più spartana di così… Ovviamente i docenti non percepivano un soldo. E non solo coloro che erano parlamentari. C’erano anche vari non parlamentari che si sobbarcavano un bel viaggetto in treno (credo che il costo dell’aereo fosse proibitivo per non pochi di loro) per tornare alla loro professione appena possibile. Tutto in economia insomma. D’altra parte allora vivevamo la meravigliosa stagione della militanza. Sulla quale non c’erano lezioni da seguire ma solo esempi da imitare. Sarebbe questa la prima e fondamentale lezione da tenere ai ragazzi di oggi”.

 

Si possono ripetere esperienze di questo tipo?

“Certo, anche quelli odierni sono tempi nei quali si potrebbero organizzare corsi di questo tipo. Io credo proprio che si approssima l’epoca in cui torneranno le bandiere, le passioni, le idee, i valori, a cominciare da quelli per i quali siamo nati e grazie ai quali siamo diventati uomini. E allora bisognerà farsi trovare pronti con analisi, ricerche, contenuti culturali e dottrinari e messaggi chiari e comprensibili che rendano, questi giovani, adeguati alle nuove sfide in arrivo. Quei corsi fatti dal Msi furono, al di là dei temi trattati, un grande messaggio per tutti coloro che, come me, li seguirono: ci insegnarono a ragionare con la nostra testa, ad andare controcorrente, ad essere liberi, liberi e disinteressati. Ci venne insegnato ad amarlo, quel partito, ad amarlo senza calcoli, senza tornaconti, senza alchimie utilitaristiche, senza miopie egoistiche. Mi piacerebbe che i corsi di oggi e di domani, se ci saranno ancora, insegnassero queste cose e lasciassero questa stessa eredità. Che non ha prezzo. Insomma che non somigliassero ad una triste selezione per partecipare ad un nuovo Grande Fratello o a una carriera con, in premio, una cadrega qualunque”.

 

Per gentile concessione de “Il Borghese”