Enzo Bettiza se n’è andato. Con stile e sobrietà, come si conviene ad un antico signore dalmata in esilio. Grande giornalista e uomo affascinante, Bettiza fu testimone e acuto indagatore del Novecento e delle sue follie. La tragedia dell’esodo, la fuga in Italia dalla sua Spalato lo segnarono profondamente e, allo stesso tempo, lo convinsero della nocività di quel fallimentare esperimento sociale fideistico chiamato comunismo. Con la sua scrittura suntuosa, elegante, a tratti spietatamente sarcastica, Bettiza raccontò a partire dai suoi lunghi soggiorni come corrispondente in URSS i retroscena, le meschinità di quel “sole ingannatore” e mendace. Sotto la sua penna affilata caddero dittatori e filosofi, contestatori e “progressisti”, idealisti e cialtroni. All’Est come all’Ovest. A Mosca come in via Solferino a Milano, nella redazione del Corrierone.

Vogliamo ricordarlo proponendo un passaggio della presentazione di uno dei suoi ultimi libri “La primavera di Praga. 1968: la rivoluzione dimenticata”, in cui Bettiza seppelliva con raffinata crudeltà e assoluta lucidità i miti del comunismo sovietico, gli alibi dei comunisti nostrani, le sciocchezze dei sessantottini occidentali.