Ernst Nolte è partito. Aveva 93 anni. Era molto anziano, terribilmente vecchio, ma sempre combattivo. Lucido. Ancora determinato a difendere le sue idee, le sue ricerche. La sua libertà di pensiero. Come trent’anni fa, quando scatenò — lui, tranquillo professore alla Libera Università di Berlino — un feroce quanto inatteso dibattito sul “passato che non passa”: l’hitlerismo. Un tema proibito che straziava (e strazia) in profondità le fondamenta della Repubblica Federale Tedesca, una costruzione economicamente possente, arrogante, ma culturalmente fragile. Un contenitore ricco ma artificioso e senz’anima e dall’incerto passato.

Dopo aver indagato a lungo Weimar e la rivoluzione conservatrice germanica, Maurras e la destra francese, il regime di Mussolini, il mite docente — da sempre lontano da ogni tentazione nostalgica e revanscista — “osò” scrivere e argomentare, con minuzia e dovizia, come Adolf Hitler e il regime nazista fossero, in primis, una reazione alla “minaccia esistenziale” alla rivoluzione bolscevica. Per il discepolo di Martin Heidegger, fu  l’ottobre del’17  — la rottura leninista e la guerra civile russa —  a motivare la reazione dei ceti medi tedeschi e a provocare l’ascesa del nazismo. Da qui, poi,  il conflitto mondiale e, quindi, l’Olocausto. Una tesi forte  che scandalizzò molti, moltissimi professoroni e commentatori. In Italia solo Renzo De Felice condivise (con qualche importante riserva)  il pensiero del ricercatore tedesco.

Ma Nolte ruppe ogni specchio (scatenando un vero inferno mediatico) quando indicò nei gulag comunisti il modello dei campi di sterminio nazisti. Una posizione  che gli costò ostracismi, minacce, insulti, scomuniche. Ma il professore non si arrese e continuò a scrivere e pubblicare. Nel 2000 gli fu stato assegnato il premio Konrad Adenauer per la letteratura, ma Angela Merkel sembra essersene dimenticata. È in altre faccende affaccendata.