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Giorgio Albertazzi è partito. Con classe e dignità. Grande artista e uomo libero, Albertazzi è stato un protagonista assoluto, sempre irriverente ai dogmi, alle caselle, agli schemi. Con coraggio e assoluto menefreghismo, ha scelto sempre ruoli difficili, amori intricati, storie complesse. Era fatto così. Era fatto bene.
Fedele al suo stile e indifferente ai giudizi dei “tartufi” e degli ignavi, Albertazzi (a differenza di un Dario Fo qualsiasi…) non ha mai rinnegato nemmeno il suo passato di giovane ufficiale nella repubblica di Mussolini. Anzi, ha spiegato più volte, sempre con sincerità e schiettezza, i motivi di quella scelta.
“Mio padre era un fascista tiepido. Zio Alfio invece era un fascista della prima ora; massacrato dai comunisti a Firenze nei 45 giorni di Badoglio. Ma non fu questo a spingermi verso Salò. Dirlo sarebbe comodo, ma insincero. La verità sulla scelta di un ragazzo della mia generazione non è stata ancora detta, e non può essere capita fuori da quella temperie. Non ha senso chiedere oggi: perché sei andato con i criminali? Per chi come me leggeva Salgari e l’Avventuroso , all’astuzia di Ulisse preferiva la forza di Achille, era cresciuto nel mito di Baracca e di D’Annunzio, dei trasvolatori dell’Atlantico e dei calciatori bicampioni del mondo, il fellone era Badoglio che scappava. Che ha senso ricordare oggi: la parte legale non era quella? Per chi come me aveva il mito non tanto del Duce ma di Ettore Muti ucciso dai badogliani, di Italo Balbo abbattuto nel cielo della Sirte, degli eroi della Folgore disfatti a Bir el Gobi, la “parte legale”, l’Italia, era quella. E io ho combattuto per l’Italia. Nessun pentimento, voltare gabbana, mai. Le cose che mi avevano spinto a Salò furono l’anti-clericalismo, l’idea sociale della Carta del lavoro e della partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende. Di che cosa dovrei pentirmi? Ciascuno fa nella vita quello che ritiene giusto di fare, giusto o sbagliato che sia. Non amo i pentiti. Il pentimento è un sentimento cattolico che ho sempre disprezzato e continuo a disprezzare…”