Se n’era andato a vivere a Castelnuovo di Porto, paesino a un passo da Roma dove si trasferiscono quelli che nella Capitale non ce la fanno per via degli affitti stratosferici. Ma anche lì, su quel cocuzzolo laziale, il regista napoletano Pasquale Squitieri aveva trovato il modo di litigare, rompere, guastare e guastarsi il fegato. E adesso che, a 78 anni, l’autore di Claretta (1984) e I guappi (1973), film scomodi e fuori dalla produzione mainstream tutta girata a sinistra, è morto all’ospedale romano Villa San Pietro, un vuoto si avverte.

Non si contano, infatti, molte personalità come la sua. Un maschio alfa, si direbbe, con la rissa nel sangue: chi scrive ricorda l’umiliazione plateale da lui inflitta a una giornalista radiofonica sovrappeso la quale, avendogli posto una domanda per lui troppo personale, si sentì investita dall’epiteto di «cicciona alla quale mi tocca anche offrire il buffet». Claudia Cardinale, allora al suo fianco durante il lancio d’un film, impallidì insieme al press-agent Enrico Lucherini: non si maltrattano così le signore. Ma l’uomo era questo: passionale, guascone, naturalmente offensivo. E sicuro del suo appeal, innegabile in un mondo di artisti-signorine, direbbe Clint Eastwood, sempre al passo con il politicamente corretto. Gli occhi febbricitanti chiarissimi, il cranio lucido, il fisico atletico, Squitieri era l’anti- Moretti. Nel senso che, insieme a lui e ai suoi progetti fuori dal coro Il prefetto di ferro (1977) e Corleone, l’anno dopo, non si potevano inserire nel casellario dominante dei film impegnati e piagnoni dei Settanta gauchisti -, si rappresentava un cinema-cinema, magari ingenuo, forse sopra le righe, ma comunque vitale, denso, importante. Altrimenti perché una donna e una star come Claudia Cardinale, sua attrice-feticcio ne I guappi (su quel set scoprirono di amarsi) e in Li chiamarono… briganti! (1999), oltre al già citato Il prefetto di ferro, sarebbe rimasta al suo fianco, nonostante le botte e le liti furibonde?

Tra artisti c’è chi domina e chi è dominato. E il regista, anche candidato ed eletto senatore nelle liste di Alleanza Nazionale nel 1994 (nel collegio di Andria-Barletta), era il tipo che sparava ai fotografi, se mai s’introducevano nella sua privacy. Il colpo sempre in canna, dunque, era la sua cifra. D’altronde, aveva debuttato con gli spaghetti-western, firmando Django sfida Sartana (1970) e La vendetta è un piatto che si serve freddo (1971), firmandosi William Redford. Laureato in giurisprudenza, Squitieri era attratto dai film storico-politici, che però trovavano difficoltà a essere prodotti: dov’era la donna nuda? E il perdente in difficoltà? Da bastian contrario, nel 1971 sottoscrisse la lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli e poi l’autodenuncia, pubblicata su Lotta Continua, in cui esprimeva solidarietà nei confronti di alcuni militanti e direttori responsabili del giornale, inquisiti per istigazione a delinquere. Tutto fu perdonato decadi dopo, quando la destra che ambiva al potere ebbe bisogno di teste e di autori: insieme a Giorgio Albertazzi, Pasquale Squitieri fu speso come adepto del liberismo, della meritocrazia, della destra arrembante. Non ci credeva neanche lui, survoltato naturale capace di requisire Gianni Agnelli in Senato, chiedendogli: «Secondo te, il coltello in tasca ce l’ho o no? Ti apro in due come un maiale». L’Avvocato, fuori di sé, venne portato via dai guardaspalle e Squitieri ne ricavò un orgasmo.

A chi gli chiedeva se fosse di destra, rispondeva: «Sono un narratore. Il problema non sono io. Il problema sono gli altri, le etichette, i conformismi».

Cinzia Romani, Il Giornale, 17 febbraio 2017