Alberto Arbasino era nato a Voghera novanta anni fa. Aveva conseguito una formazione medica e giuridica (approfondimento in materia di diritto a Parigi e l’Aia). Nel 1965 abbandonò il circuito accademico e universitario. Il suo esordio letterario si concretizzò nel 1957 per mezzo dei racconti “Le piccole vacanze”, seguiti due anni dopo da “L’Anonimo Lombardo” e nel 1960 dall’opera saggistica “Parigi o cara”. Segnaliamo inoltre nel 1962, nel campo dello spettacolo, la collaborazione con Mario Missiroli ne “La bella di Lodi”, che si concretizzerà dieci anni dopo in forma di romanzo. L’esordio narrativo di Arbasino risale al 1963 con “Fratelli d’Italia”, seguito sei anni dopo da “Super Eliogabalo”. Segnaliamo inoltre “Certi romanzi” (1964), “Sessanta posizioni” (1971), “Fantasmi italiani” (1977), e in materia sociale: “In questo stato” (1971), “Un paese senza” (1980), “la caduta dei tiranni” (1980). Da non dimenticare la pubblicazione dei suoi versi acerbi, pubblicati intorno ai sessanta anni, “Matinée” (1983).

Le sue opere erano caratterizzate da una chiara curiosità intellettuale e provocatoria: soffocato dal provincialismo italiano degli anni cinquanta, invitava gli italiani a una “gita a Chiasso”. E’ stato tra gli artefici del “Gruppo 63”, identificandosi così nella sperimentazione dell’epoca, ma, rispetto agli altri componenti del movimento, evidenziava una sorta di autoesegesi con un delta letterario nella “narrativa-conversazione”, un ampio contenitore intellettuale, erotico, mondano, viaggi, costume e satira non sempre brillante. Ad Arbasino non erano evidentemente ignoti gli scritti di Gadda nel senso “notarile”, ma la lezione più chiara lo scrittore lombardo la apprese dal “Viaggio in Italia” di Goethe, dalle pagine di Jane Austen, Ivy Compton-Burnett e maggiormente a Flaubert con la lettura de “Bouvard et Pécuchet” (narrativa del 1881 che vedeva come protagonisti due autentici deficienti), anche gli scritti di Sterne non gli erano sconosciuti. Per tornare in Italia qualcuno, non a torto, ha sottolineato l’influenza della scapigliatura lombarda per mezzo di Carlo Dossi, ovvero verso la critica di costume di massa con stigmatizzazioni impietose del collettivismo di ieri e di oggi.

Arbasino risultava spesso graffiante, tagliente e contro corrente nei riguardi della mondanità e allo stesso tempo dello “struscio sociale” moralista. In “Un paese senza”, volumetto desolante intorno al “degrado” della contemporaneità definito dall’autore, nonostante in forma di saggio, “romanzo-conversazione”. E’ nella miscellanea dei generi, nella scrittura “aperta”, per l’epoca sorprendente e sofisticata, che risiedeva lo sperimentalismo di Alberto Arbasino. Apparteneva alla famiglia giornalistica del Corriere della Sera.

“Sono sicuro che anche questa estate finirà improvvisata e insensata come al solito. Sempre saltano fuori all’ultimo momento degli imprevisti suoi. […] Due anni fa dopo tutto un gran parlare di tornare in Olanda, a vedere per la terza volta di seguito se i miracoli si ripetono o no, è scomparso in America per sei mesi, col pretesto di una borsina di studio. […] Quest’anno però senza far storie anche se la laurea la rimando ancora di una sessione (ma praticamente gli esami li ho finiti), la MG nuova me l’hanno pigliata lo stesso, bianca-latte, deliziosissima. […] Stavolta si era pensato di far tutta una cosa di Europa orientale. Un giro di capitali tzigane, andando su da Vienna e toccando Budapest, Praga, Varsavia, prima l’una o l’altra, come viene viene; prendendo dentro anche un po’ di Breslavie e di Cracovie; e finire a Berlino per farci le due zone bene tutt’e due (per quanto come città sia soprattutto da inverno, ma fa niente) […]”.

(“Fratelli d’Italia”, cap. I, 1963).