La recente scomparsa di Emiddio Novi ha privato l’area culturale e politica identitaria e sovranista di un pensatore acuto e di grande esperienza.

Al di là delle mere commemorazioni, s’impone un approfondimento del pensiero politologico di Novi, con il rigore scientifico che esso merita.

Innanzitutto va ricordato che il complesso pensiero di Novi è andato maturando fin dalla seconda metà degli anni ’60 in poi, nell’arco di oltre cinquant’anni, attraverso riflessioni storiche, politiche e sociali che egli ha sviluppato nel corso di molteplici esperienze politiche, giornalistiche, parlamentari. In lui possiamo, quindi, distinguere, in sintesi, tre fasi salienti di vita e di pensiero.

La prima fase concerne gli anni della formazione culturale che fu unita all’impegno politico nelle formazioni giovanili del MSI e, quindi, tra gli universitari del Fuan, ma non fu mai rinchiusa in schemi di partito, giacché egli seppe spaziare nel vasto e variegato panorama della cultura alternativa europea.

Nella seconda metà degli anni ’60 e nei primi anni ’70, Emiddio Novi si connotò per proporre con insistenza all’ambiente giovanile missino le letture di riviste come L’Orologio diretto da Luciano Lucci Chiarissi, La Nazione Europea di Jean Thiriart, l’Italiano di Pino Romualdi, ecc. al fine di dare sostanza e spessore culturali all’azione messa in campo da quei giovani. L’azione, quindi, per lui doveva collegarsi ed anzi scaturire dal pensiero e non esserne svincolata, come purtroppo accadeva sovente nella destra giovanile. Novi, l’analista politico, l’osservatore, citava sovente anche riviste di sinistra come i “Quaderni Piacentini” o “Il Manifesto”, dalla cui lettura egli sapeva trarre utili spunti di riflessione, senza i paraocchi dell’ambiente missino molto condizionato dai temi dell’anticomunismo tout court.

In quegli anni, Novi seppe farsi portatore di tematiche originali, peraltro del tutto neglette o addirittura avversate dalla Destra missina ufficiale : il nazional-europeismo in antitesi ai blocchi geopolitici Usa-Urss, nati con gli accordi di Yalta tra le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale (e ciò in palese contrasto con il filo-atlantismo e comunque con la vecchia retorica nazionalista della destra italiana); una concezione della struttura economica e sociale modellata sul principio della proprietà sociale dei mezzi di produzione (e quindi lontanissima dalla tentazioni liberiste di una certa destra conservatrice, che, ad esempio, nel 1963 aveva votato contro la legge sulla nazionalizzazione della produzione elettrica); l’esigenza di un radicale rinnovamento culturale e morale della società italiana, peraltro profondamente avvertita dai giovani di quel tempo, al fine dello scardinamento delle insopportabili convenzioni sociali e del conformismo che caratterizzavano l’Italietta democristiana; l’importanza da lui attribuita all’azione politica in antitesi alla stagnazione ed all’immobilismo (che coinvolgevano anche la destra) e quindi alla lotta politica condotta con spirito “rivoluzionario” (al di là della becera impostazione missina del “partito d’ordine”). In ciò Novi fu anche evoliano, sebbene egli non intendesse riferirsi prevalentemente a quel pensatore, nella linea contestativa che lo stesso Evola aveva fornito ai giovani nazionali nell’opera “Cavalcare la tigre” e soprattutto nel saggio “Anarchici di destra” (in “L’arco e la clava”, 1967), in cui il Maestro aveva concluso che non si poteva essere “conservatori” perché non “c’era alcunché che meritasse di essere conservato” e, quindi, forniva la giustificazione teoretica per una radicale contestazione antisistema dei giovani di destra.

In quegli anni, Novi fu l’ispiratore e tra i promotori della iniziativa politica denominata “Potere Europeo”, maturata nell’ambito del Centro Culturale Europa di Napoli e, poi, del gruppo di “Università Europea” che ebbe il merito di portare nell’università partenopea le tesi originali nazional-europeiste e sociali, a cui sopra si è accennato, spezzando il monopolio della sinistra marxista in quell’istituzione, anche mediante un’occupazione di aule che durò vari mesi.

Novi guardava con interesse a quanto accadeva nelle altre università italiane, dove gli universitari del Fuan (Caravella a Roma) e perfino di Primula Goliardica (gruppo facente capo al partito di Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi) avevano aderito al più generale movimento di contestazione giovanile denominato Movimento Studentesco, sia pure con la specificità delle loro tesi politiche, aggiungendo l’aggettivo “europeo” a quella dizione.

Il periodico “L’Orologio”, diretto da Chiarissi, pubblicava ampiamente i documenti politici di questi gruppi, come ad esempio il Manifesto degli Studenti Europei stilato dagli universitari di Messina. Novi ne proponeva sovente la lettura ai ragazzi della Giovane Italia, del Fuan e delle altre formazioni politiche della galassia della destra nazionale.

Dopo questo primo periodo, nel presente abbozzo di ricostruzione del pensiero di Emiddio Novi, possiamo descrivere una successiva fase rappresenta dalla sua intensa attività di giornalista e saggista, che si aprì dopo gli studi universitari, allorquando egli entrò a fare parte della redazione del quotidiano napoletano “Roma”, diretto, in quegli anni, dapprima da Piero Buscaroli e poi da Alberto Giovannini. Novi si distinse, da subito, per un tipo di giornalismo di analisi politico-sociale, di cui aveva acquisito dimestichezza già in precedenza attraverso la collaborazione ai numerosi periodici di cui era ricca l’area culturale della destra. Erano gli anni difficili in cui l’Italia era lacerata da aspre lotte politiche e sociali, sfociate, poi, nella lotta armata da parte di gruppi estremisti. Novi seppe analizzare quei fenomeni con la lucidità e con il distacco dell’osservatore scientifico dei fenomeni sociali, al fine di tentare di darne qualche interpretazione e spiegazione. Divenuto Capo Servizio della cronaca interna e poi degli esteri, nella redazione del Roma, Novi ritenne di dovere dare vita ad una sorta di palestra di addestramento per giovani aspiranti giornalisti, chiamando alcuni promettenti talenti a collaborare al giornale. Non dimentichiamo che il Roma aveva una formidabile pagina culturale (allora “terza pagina”) e, nonostante la sua collocazione periferica, era in grado sovente di inserirsi nel dibattito a livello nazionale sui grandi temi del momento. In ciò, Novi fu un caposcuola di giornalismo.

Lo stesso atteggiamento ebbe, poi, quando si trovò a dirigere “Il Giornale di Napoli”.

Connesso e conseguente all’attività giornalistica fu il successivo impegno parlamentare, maturato nelle elezioni politiche del 1994, allorché egli fu eletto alla Camera dei Deputati, e poi, dal 1996 al Senato della Repubblica. Anche in quel periodo egli seppe esprimere le doti di acuto analista politico-sociale, attraverso un’interpretazione profonda ed originale delle improvvise trasformazioni che stava subendo l’Italia.

Infine, possiamo descrivere l’ultima e più recente fase della vita e del pensiero di Novi, quando lasciata l’attività parlamentare nel 2008, egli si dedicò con rinnovate energie alla saggistica ed ad una più matura attività di analista politico.

Dinanzi allo scenario di un mondo globalizzato secondo il modello unico liberalcapitalista, che comporta come corollario l’omologazione delle identità culturali dei popoli, Novi fu attento ai fenomeni di resistenza, che in varie parti del mondo e con varie modalità, si opponevano al mondialismo. Egli appuntò prevalentemente le sue osservazioni critiche verso il cd. “turbocapitalismo” finanziario ed il ruolo egemone delle banche, pubblicando anche il saggio “La dittatura dei banchieri”. Novi indirizzava la sua polemica anche verso le politiche di liberalizzazione, che, negli anni 1992-95di direttore una concezione organica della società, fondata sui valori di comunità e solidarietà, cioè su valori morali e, quindi, prepolitici.

Negli ultimi anni e fino agli ultimi giorni dell sua vita, nonostante la sua precaria condizione di salute, insieme ad alcuni degli amici, ma meglio e più giusto sarebbe dire dei camerati degli anni giovanili, quelli di Università europea, primi fra tutti Pietro Golia , chi scrive e tanti altri ritrovatisi in età avanzata, dopo percorsi di vita diversi, ma con eguale entusiasmo, partecipò con rinnovato spirito militante, a tutte  le iniziative culturali e politiche promosse da formazioni sovraniste, ed anche a quelle che, nel quarantennale, ricordarono il sacrificio dei giovani martiri nazional rivoluzionari come Miki Mantakas ed i caduti di Acca Larentia e quello dei giovanissimi marò paracadutisti della X Mas fucilati a Sant’Angelo in Formis nel 1944.

La sua attività  di Direttore e di acuto editorialista si era trasferita dai quotidiani alle nuove forme di comunicazione, di cui fu fra i primissimi a coglierne la potenzialità rivoluzionaria rispetto al monopolio dell’informazione detenuto, dai network, dalle grandi reti televisive e dai grandi giornali.

Ogni giorno, di buon mattino su facebook e su twitter era possibile leggere articoli di fondo, estremamente acuti e documentati, rigorosamente fuori dal perimetro del poliically correct, sui temi di più scottante attualità, che si trattasse delle perverse ideologie Lgbt, dell’inarrestabile avanzata dei movimenti sovranisti in Europa e nel mondo, della crisi del modello capitalista, della difesa del concetto di “muro  e di confine”, all’analisi controcorrente di personaggi come Steve Bannon, Alexander Dugin, Alain de Benoist e leaders del calibro di Trump e soprattutto di Putin e della rinascita di Santa Madre Russia.

Era entusiasta Emiddio il giorno prima della sua tragica scomparsa confidando, telefonicamente, ai suoi amici che il suo pezzo sulla tragedia del crollo di Genova con le analisi del “sistema” turbocapitalista che aveva determinato la tragedia postata sui social aveva ottenuto quasi centomila contatti, molto di più  di quanto aveebbe potuto sperare ove mai la sua firma fosse stata ospitata da un “giornalone”, a conferma che bisognasse “investire”sulla modernità, come peraltro aveva fatto quarant’anni prima da giornalista di battaglia e poi da direttore con gli strumenti dell’epoca.

Quest’ultima fase di pensiero nella vita di Emiddio Novi merita un seguito.

Il discorso di Emiddio non può essere interrotto dalla sua prematura scomparsa. Occorre sviluppare le sue riflessioni e portarle a completamento. E’ questo il compito che deve essere svolto da coloro che lo hanno conosciuto, con lui hanno collaborato e che lo hanno stimato come guida di pensiero. Per noi è un dovere, sia nei suoi confronti, al fine di commemorarlo con fatti concreti e non con parole retoriche, sia per tutta la nostra area cultural-politica. Per quest’ultima, in particolare, si tratta di un’esigenza fondamentale se si vuole evitare che essa si perda nel vuoto di enunciazioni effimere e contingenti.

 

(Con Massimo Scalfati)