Sul finire della guerra a mio padre toccò il campo di prigionia per essere stato il direttore della rivista “Italia Civiltà”, che ebbe per collaboratori Soffici, Spadolini, Gentile e altri rappresentanti di un fascismo di sinistra che, nel pieno della guerra, fece sentire la sua voce. Si esposero così a rappresaglia, e mio padre fu spedito ad Amelia, insieme a Soffici. Soprattutto in quel periodo, ricordo che mia madre fu naturalmente obbligata a dedicargli attenzioni particolari che la portavano lontano da noi. Lo raggiungeva ad Amelia dopo un viaggio faticoso a bordo di un sidecar, non c’erano altri mezzi più comodi, e tutto questo, oltre ai disagi di quel tempo, faceva sì che noi figli fossimo lasciati soli. Di questa situazione, non lo nego, abbiamo sofferto.

Conservo il ricordo molto preciso di un episodio di quegli anni: mentre mio padre era ancora ricercato e costretto a vivere nascosto, io mi aggiravo sulla bicicletta nel tratto di strada tra la mia casa e quella del nonno, e proprio lì un uomo con un fazzoletto rosso al collo mi chiese: “Bambina, sai dirmi dov’è la casa di Barna Occhini?”. E io, pronta, risposi senza abbassare gli occhi: “Non lo conosco”. Avevo già imparato a recitare, con naturalezza, mentre il cuore mi batteva forte”.

Da “La bellezza quotidiana. Una vita senza trucco” (Rizzoli, 2016) di Ilaria Occhini