È scomparso a Roma nella notte tra sabato e domenica Romolo Baldoni, protagonista delle lotte del Movimento Sociale Italiano sin dagli anni Cinquanta. Romolo attraversò la temperie di quegli anni e poi degli anni di piombo, pagando sempre di persona per il suo impegno e la sua fede, anche duramente. Romolo era fratello di Adalberto, giornalista e scrittore, ma prima di tutto attivista del Msi: i due fratelli contribuirono in maniera decisiva al crescere, all’affermarsi e anche alla sopravvivenza del partito in anni in cui tutto cospirava per la sua cancellazione fisica. E non sembri un’esagerazione: chi ricorda quei tempi sa che le iniziative per tacitare il Msi non erano solo giudiziarie, amministrative, burocratiche. Il ministero degli Interni aveva scatenato le sue forze dell’ordine per silenziare il Msi e i suoi uomini e donne, e dall’altra parte l’ultrasinistra ogni giorno portava attacchi feroci e sanguinosi per impedire ai “fascisti” di parlare e di esistere.

Ebbene, Romolo era di quelli che non si arresero mai: sempre in prima fila, sempre non disposto a tacere, sempre pronto a occupare una piazza. Romolo era della generazione precedente a quella degli anni Settanta, era nato negli anni Trenta, ma di quella subito dopo la Repubblica Sociale. Non aveva avuto il tempo di fare la guerra, ma l’avrebbe fatta se avesse potuto, e allora combatté un’altra guerra, certo più lunga e deteriorante. Conosceva bene i combattenti della Rsi, suo padre era partito per il Nord con la Repubblica Sociale, poi li aveva conosciuti nelle sezioni del Msi di periferia, ed era una guida e un punto di riferimento per noi giovani, che da lui imparammo il coraggio e la dottrina storica dei nostri ideali.

Romolo aveva capito che chi controllava l’informazione controllava l’opinione pubblica, sapeva già, prima che diventassero di moda, cosa fossero le fake news e come potevano ottundere le menti della gente. La controinformazione, come la chiamavamo allora, fu sempre una delle sue priorità, quando gli scontri di piazza ce ne lasciavano il tempo. Romolo inoltre credeva alle iniziative parallele del partito, per questo aveva creato, insieme ad altri camerati, il Centro iniziative amtimarxiste a Roma, organizzazione che aveva il precipuo compito di smascherare le menzogne del sistema, del regime, e dei suoi servi. Nel febbraio 1970 ad esempio Baldoni fu autore di un esposto contro la Rai, per “essere venuta ripetutamente meno ai doveri di imparzialità e di obiettività cui sarebbe tenuta nella sua informazione istituzionale”, scrisse Romolo nella sua denuncia. La faziosità della Rai e dei giornalisti schierati a sinistra è una cosa che affligge questo Paese ancora oggi, e allora era molto peggio, perché non c’era una sola voce, eccettuato il Msi, che si levasse per correggere e smentire le menzogne di Stato. Baldoni in particolare si riferiva ai gravissimi scontri alla Sapienza di Roma, dove le sinistre impedivano con la forza ai giovani del Fuan di tenere assemblee, convegno, iniziative, aggredendo con bastoni e spranghe, nelle proporzioni di cento a uno, tutti coloro che non fossero marxisti. In uno di questi scontri anche Romolo rimase ferito. In quelle circostanze, molti lo ricorderanno, la polizia arrestava o fermava solo i giovani di destra e la Rai dava un’informazione completamente opposta a quella che era la realtà dei fatti, presentando il Fuan come aggressore e prevaricatore quando invece accadeva l’esatto contrario.

Ecco, Romolo, per quello che l’ho conosciuto, aveva innato questo forte senso di giustizia, questo volersi ribellare alle falsità, alle menzogne, ai soprusi. Anche per questo, forse, nell’aprile di quell’anno Romolo fu protagonista di una protesta clamorosa: sempre col Centro iniziative antimarxiste Romolo si incatenò davanti al parlamento europeo del Lussemburgo, insieme con altri camerati. I giovani distribuirono volantini e materiale contro l’istituzione delle regioni in Italia, che avvenne proprio quell’anno. Tra i partecipanti di quella coraggiosa protesta ci piace ricordare Mila Bernardini, Giampiero Rubei, Enzo Tagliaferri, per quello che siamo riusciti a ricostruire. Ma la voce del Msi in quegli anni era davvero una voce che gridava nel deserto: le proteste, le argomentazioni, i morti che lasciammo sul terreno non servirono a far cambiare rotta alla politica italiana, la cui classe dirigente, sempre denunciata dal Msi, naufragò poi miseramente nel 1992 con Tangentopoli, quando vennero alla luce tutte le illegalità e le storture di un modo di governare che gli uomini del Msi avevano sempre denunciato, inascoltati.

In quegli anni c’era un manifesto bellissimo, la fiamma del Msi a tutto campo con le scritte “Per la tua salvezza. Il nostro coraggio”, stampati il centinaia di migliaia di esemplari, e che fu il leit motiv della campagna elettorale del Msi per le amministrative del giugno 1971, che segnarono purtroppo, insieme a una grande vittoria, anche l’inizio della persecuzione sistematica del Msi. Sì, perché quella vittoria allarmò il sistema, che capì che il Msi, fatto di gente come Romolo Baldoni, non si poteva fermare. Quell’anno in Campidoglio il Msi ottenne il 16,2 per cento e 13 seggi, terzo partito dopo Dc e Pci. Vogliamo ricordare i cansiglieri capitolini eletti: Almirante, Artieri, Aureli, Marchio, Alberti, Ciano, De Totto, Trombetta, Gionfrida, Afan de Rivera, Bon Valsassina, Adalberto Baldoni, Ciancamerla. Molti, come si vede erano quasi tutti della generazione di Romolo, e tutti suoi amici, qualcuno non c’è più. Romolo quell’anno fu invece eletto in consiglio provinciale, insieme con Marchio, Bellissimo, Guattari, Casalena, Albanese e F. Tedeschi, Per chi lo ricorda, erano componenti di una pattuglia di primordine, tutti politici valentissimi, che purtroppo potevano fare poco quando la maggioranza votava compatta, anche se azioni clamorose non mancarono.

Oltre all’attività istituzionale, Romolo, da sempre vicinissimo a Luigi Turchi, anche perché i loro padri avevano combattuto insieme nella Rsi, continuava a dedicarsi alla vita del partito, così nel 1976 Almirante lo mandò a commissariare la sezione del Msi di via Livorno, la Nomentano Italia, dove per tradizione erano iscritti i segretari del partito. Partito, sindacato, attivismo, iniziative culturali: per anni, anzi decenni, Romolo continuò a fare politica come gli sembrava giusto, non demordendo mai e non arrendendosi mai, trovando anche il tempo per lavorare (diventerà capufficio stampa del Teatro di Roma) e avere una bellissima famiglia. Romolo è stato componente del Comitato centrale del Msi, segretario generale del Centro italiano autonomo lavoratori Spettacolo, Segretario provinciale giovanile del Msi, membro dell’esecutivo nazionale del Raggruppamento giovanile del Msi e della Giovane Italia.

Alle sue esequie, a questo proposito, il senatore Domenico Gramazio ha ricordato commosso che la prima tessera della Giovane Italia gli fu proprio consegnata, nel 1960, dalla mani di Romolo, in quel mezzanino in via Quattro Fontane che era allora la prima sede della Giovane Italia. Impossibile ricordare tutte le iniziative di una persona come Romolo, ma non voglianmo tracurare alcune imprese ormai dimenticate dai giovani, ma molto importanti per l’epoca, guidate da Romolo, come ad esempio le manifestazioni per l’Ungheria e per l’Alto Adige, tragedie delle quali solo il Msi si occupava nelle piazze e sui giornali, come la rivista Azione, di cui Romolo era animatore e direttore. Oppure le sue proteste clamorose, insieme con la moglie Silvana e il fratello, contro il Pci di Palmiro Togliatti, che non era certo come il Pd di adesso: per affrontare Togliatti e il suo servizio d’ordine ci voleva un coraggio senza pari.

Come scrisse sulla sua pagina facebook, sotto un’illustrazione della Domenica del Corriere: “Noi lo abbiamo visto il Papa dopo il bombardamento di San Lorenzo…” E da allora Romolo non si fermò mai: eravamo insieme, appena il 14 maggio scorso, seduti vicini, alla sezione Appio Latino in occasione del ricordo di Peppino Ciarrapico: Romolo era lì, insieme a noi, lucidissimo, agguerrito come non mai. Processato e condannato più volte, Romolo pagò di persona per la sua fede , e questa è certamente la più grande medaglia per lui e per quelli come lui. E’ certo grazie a questi comportamenti lineari, coerenti, intrepidi, se un certo mondo e una certa comunità sono ancora qui, e per questo lo ringraziamo e lo ringrazieremo sempre.

Antonio Pannullo, Secolo d’Italia 10 giugno 2019