Tom Staiti è partito verso “quell’angolo di cielo”, come ricorda la vecchia canzone parà, “riservato a tutti noi”. L’ultima volta che ci siamo sentiti fu lo scorso 24 dicembre, la vigilia di Natale. Mi telefonò per chiacchierare sull’universo mondo — le solite battute fulminanti, l’insofferenza verso il mostro che lo stava divorando, persino qualche risata —, ma compresi che la “cerimonia degli addii” era iniziata. Il barone si stava preparando.

Tom è partito ed è difficile, molto difficile raccontare un uomo complicato e sorprendente che segnato la storia di una lunga fase politica della destra italiana (e attraversato buona parte della mia vita…). Tomaso ha significato molte cose. Negli anni Cinquanta-Sessanta è stato uno dei leader più amati del Fuan — il grande laboratorio culturale, puntualmente sprecato dal partito — , poi il capofila, assieme a Petronio, Lo Porto e Mantica, dei giovani romualdiani, un altro coagulo di idee e progetti. Nella Milano impazzita e crudele dei Settanta fu capogruppo del MSI nel Consiglio comunale, commissario federale e, dal 1979, deputato.

Lo conobbi allora. L’uomo era fascinoso. Temerario, elegante e anticonformista, fu uno dei protagonisti centrali del rilancio della destra politica in una metropoli devastata dall’odio, intrisa da culture mortifere. Il 29 aprile 1975 toccò a lui annunciare a Palazzo Marino la morte di Sergio Ramelli. Un momento emblematico e tragico che Staiti raccontò così nella sua autobiografia , “Confessioni di un fazioso”. «Appena mi fu comunicata la notizia, presi la parola in Consiglio; in un silenzio insolito dissi “Sergio Ramelli è morto”. Applausi. Le mie parole furoro sommerse dai festeggiamenti: i dipendenti comunali, presenti in aula per discutere il loro contratto, celebrarono quella morte in modo terribile, agghiacciante. In quel momento ho compreso quanto fosse stata tremenda e profonda la nostra sconfitta di 30 anni prima».

Una constatazione amara, amarissima ma vera. Da qui la ricerca costante, forse disordinata ma generosa, di un nuovo percorso politico per la destra, lontano da nostalgie e leaderismi, tatticismi, primitivismi e velleità. Attraverso il Circolo Quarto Tempo, Tom riattivò un circuito culturale importante dialogando con Niccolai, Accame, de Benoist, Tarchi, Faye e tanti altri. Al tempo stesso, s’impegnò a riaprire un confronto con segmenti di società civile e, lentamente, anche con avversari politici non ottusi: in primis, i socialisti craxiani e i radicali.

Purtroppo “il piccolo mondo antico” destrista non sempre comprese e capì i tentativi d’apertura di Staiti. Anzi. Per i notabili, l’irrequieto deputato milanese fu e rimase sempre un’anomalia, un corpo estraneo, un nemico interno. Da isolare.

Tom ne era conscio, ma se ne fregava. Per lui la politica era una passione viscerale, non un ascensore sociale, un ripiego impiegatizio. Al piccolo cabotaggio — mesti “ranci camerateschi”, fumosi paroloni retorici e solidi interessi privati — preferiva le belle donne, i migliori ristoranti, i viaggi, i lanci con il paracadute. Una vita allegra, piena. Da Portofino a Saint Tropez rimbalzava la battuta: “Staiti, Staiti, il terrore dei mariti…”. Un ricordo. Negli Ottanta, in un passagio ad Ibiza, lo ritrovai nel “privè” della miglior discoteca dell’isola in compagnia di Julio Iglesias, Gigi Rizzi e tante splendide fanciulle. Fu un week end indimenticabile…

Lontano culturalmente ed esistenzialmente dai riti neofascisti, Staiti era però attento, molto attento ai fermenti del mondo giovanile e alle sue vicende, anche le più dure. Per anni girò le carceri e i tribunali d’Italia per aiutare i prigionieri politici, i perseguitati, i tanti “ragazzi in cella” (ricordate i Poemi di Frenes…) e cercò di far luce, per quanto possibile, sui troppi “segreti di stato” che costellano la vicenda repubblicana.

Un attivismo che, inevitabilmente, lo portò in rotta di collisione con Almirante; lo sfidò apertamente nel congresso del 1984 ma Romualdi, il suo antico mentore, con un colpo di teatro impedì la conta dei voti e spense così la candidatura di Staiti. Una botta dura, durissima per il fiero barone che, poco alla volta, rimase inghiottito da quella sottile quanto insopportabile sofferenza che Giuseppe Berto chiamò il “male oscuro”. Nel 1991, dopo la breve segreteria Rauti, ennesima delusione, e l’affermazione del mai apprezzato Fini, Tom perse ogni speranza in un cambiamento radicale ed uscì dal partito. Un errore di tempi e prospettive.

Qualche anno dopo, nacque Alleanza Nazionale che riprese parte delle intuizioni del gruppo romualdiano e dello stesso Staiti. Paradossalmente, la svolta tanto attesa — per quanto frettolosa ed incompleta —  era in qualche modo avvenuta e personaggi ben meno brillanti di Tomaso furono proiettati nel gotha istituzionale. I risultati sono noti.

Per alcuni anni il barone si illuse di poter rilanciare un’alternativa a destra di AN, al berlusconismo (per lui solo un impasto di volgarità e denari)  ma i vari, ripetuti tentativi si frantumarono uno dopo l’altro. Un tempo era finito. Per sempre. La destra politica aveva cambiato pelle e anima. Per un romantico (fazioso e puntuto) come lui non vi era più posto.

Orgoglioso della propria solitudine, l’uomo comprese, lasciò Milano e si rinchiuse tra libri, pochi fidati amici, i suoi gatti e tanti ricordi. Facendo suo il motto di Heidegger: “Cammini, non opere”. Buon viaggio, Tomaso.