Ok, sono le 22 di domenica: le urne stanno per essere chiuse, e nessuno potrà accusarmi di avere “remato contro”; gli scrutini non sono ancora cominciati, quindi non parlo col “senno del poi”.

Sono convinto che la tornata regionale di Emilia e Calabria suonerà il de profundis per il centrodestra che abbiamo conosciuto, e spero che non si voglia – da nessuna parte – attendere la controprova del voto (almeno quello regionale) della prossima primavera, per prenderne atto.

Una stagione è definitivamente esaurita. Nel bene e nel male la fase politica del berlusconismo (che non vuol dire solo il Cavaliere, ovviamente, ma tutto il sistema ed i comprimari che lo hanno caratterizzato) ha dato tutto ciò che poteva, e non c’è più alcuna possibilità che gli stessi interpreti e soggetti politici possano tornare ad interessare gli italiani. Continuare a credere che attorno al leader di Arcore, ed alla asfittica riedizione del suo partito, debba ricostruirsi qualcosa, potrà forse servire a chi – riparandosi nella sua corte sempre più simile ad una carovana circense – pensa di poter ancora lucrare qualche vantaggio personale.

Dal crollo di quel sistema è emersa una alternativa, rappresentata da Renzi e dal suo apparente “nuovismo”, ed una forma di organizzazione e cannibalizzazione della protesta, incarnata da Grillo. L’una cosa non ci appartiene, l’altra non ci interessa.

E a destra (in senso lato)? Per il momento si afferma il nuovo astro di Salvini, capace di intercettare umori e coprire spazi lasciati colpevolmente vuoti da chi ha avuto troppo timore di assumere posizioni chiare, e noi tra questi. Dobbiamo allora accodarci, dare vita ad un’area di opposizione dalle parole urlate, contenuti demagogici, soluzioni irreali (come l’uscita dall’euro)? Secondo alcuni si, a mio modesto parere no.

E non solo perché non dimentico le origini culturalmente sinistre di Salvini (il giovane è pur sempre un prodotto del Leoncavallo) né la sua formazione alla scuola secessionista, con tanto di ampolle con l’acqua del “Dio Po” ed elmi da vichingo; e nemmeno perché arriveremmo buoni ultimi a reggergli il moccolo, agevolandone l’innaturale espansione nel centro-sud. Quanto perché non credo che il suo progetto sia destinato a divenire la vera alternativa al PD.

Intendiamoci, crescerà e durerà, ma l’impressionante copertura mediatica che gli è offerta testimonia come il “sistema”, inteso come coagulo di poteri ed interessi che hanno inneggiato alla fine di Berlusconi e sono approdati a Renzi dopo aver usato il grimaldello dei governi tecnici, abbia oggi interesse a rappresentarlo come l’unica altra faccia della medaglia, da far crescere perché a destra non nasca altro, nella certezza che non potrà mai davvero diventare pericolosa un’opzione che – alla bisogna – tornerà comunque ad essere bollata come pericolosamente estremista e xenofoba. Crescerà e durerà, ma non potrà mai vincere e governare.

A destra, non siamo nati per le scelte semplici, e non abbiamo attraversato una storia incredibile per tornare a rintanarci nell’angolo di una posizione priva di prospettive, per di più in questo caso sotto le insegne di qualcun altro.

La scelta più difficile, perché si tratta di sgombrare le macerie di un fallimento culturale e politico e ricostruire dalle fondamenta, è lanciare la sfida per affermare un nuovo soggetto in grado di rappresentare il ceto medio, le categorie produttive vessate e non tutelate, i “buoni padri di famiglia”, la gente normale insomma, che misura le cose con il metro del buon senso. Finché questo non avverrà, Renzi potrà proseguire indisturbato la sua cavalcata, prendendosi addirittura la libertà di schiaffeggiare i sindacati ed i vetero-comunisti come i governi di centrodestra degli ultimi 20 anni non sono stati capaci di fare (ma sul Jobs Act dirò e scriverò qualcosa, in settimana). Poi, solo poi, sarà il tempo di costruire una naturale coalizione con Salvini, ma da posizioni di forza e con la prospettiva di lanciare una credibile sfida alla sinistra. E, d’altra parte, non è forse per impedire che nasca tutto ciò che Renzi tiene in piedi Berlusconi, legittimandolo come unico dominus della destra (sempre in senso lato e semplicistico, per carità), essendo disposto a fargli intravvedere quei piccoli ma sostanziali favori che costituiscono ormai – forse addirittura legittimamente – gli unici residui interessi del fidanzato della Pascale?

Non mi dilungo sui contenuti che questo progetto dovrebbe assumere, l’ho già fatto molte volte e non ho la presunzione di porre limiti ad una discussione ancora tutta da sviluppare, ma sono convinto che la missione sia quella di costruire il vero contenitore di quest’area, piuttosto che aderire a chi egemonizzerà una funzione comunque comprimaria. Un contenitore di valori e programmi condivisi, solo definiti i quali varrà la pena di discutere come scegliere le leadership tra quanti avranno dato vita ad una cosa vera e seria.

Dobbiamo dare coraggio a quanti, e ce ne sono tanti, condividono la lettura della fine di un’epoca, e pensano che sia necessario scrivere una storia diversa, che non sia il seguito dei tradimenti ideali di Fini, dell’impresentabilità dei Fiorito, delle imbarazzanti difese di Scajola, delle amicizie di Dell’Utri, delle menzogne di Galan. Ma che anche non si attardino nell’accanimento terapeutico di una fase politica che ci lascia tutti, e per intero, i problemi che si era candidata a risolvere.

Credo che – da oggi – Giorgia Meloni ma anche Fitto, Tosi e tanti giovani d’età o di spirito non possano più perdersi nelle liturgie della politica quotidiana, seguendo tatticismi esasperati e perdendosi in temi che interessano gli “iniziati”; credo che a loro spetti il compito di tornare ad entusiasmare i milioni di italiani che non sono di sinistra, e che oggi sono smarriti e si sentono – non senza ragione – privi di rappresentanza. Il lavoro non sarà semplice né breve, ma ci sono battaglie che devono essere fatte. Se vi  si rinuncia, per calcolo, interesse o ignavia, per dirla con Manzoni, sarà sempre dolente colui che la santa vittrice bandiera, salutata quel dì non avrà.

Oggi è il giorno in cui quella battaglia deve cominciare, proclamando la morte del Re, la fine della monarchia, la nascita di una nuova repubblica.

Ci sarà tempo e modo per capire come se ne sceglierà la guida.