Roma è l’Urbe, Roma è la capitale, ma è anche provincialissima. Uno dei segni distintivi della sua anima più tenera, caciarona, provincialotta, è un disegnino nero, spesso su sfondo bianco, cerchiato in giallorosso: l’effigie stilizzata d’un lupo. La inventò un grafico molto bravo, Piero Gratton, che si è appena spento, all’età di 79 anni.

Nato a Milano, Gratton studiò al Liceo Artistico di via Ripetta, uno degli angoli più belli del centro di Roma. Grafico per il TG2, ha disegnato loghi anche per altre trasmissioni televisive, oltre che per banche, sigarette… ma il suo ambito prediletto era lo sport: suoi i loghi per i campionati europei di ginnastica ritmica del 1986, e per i mondiali di ciclismo su pista in Sicilia del 1994, per gli europei di calcio, in Italia, del 1980. Fermandosi al calcio, è suo lo stemma della UEFA; così come quello, storico, della Bari, il simpatico galletto (di fatto, un parallelogramma nero con una mezzaluna bianca per occhio, con semplici tratti rossi a fare da becco e cresta) utilizzato sulle divise pugliesi per ben venticinque anni, sino al fallimento del 2014. Un suo stemma è stato scartato dalla Lazio; ma la sua creazione più celebre, su commissione dell’ingegner Anzalone, è il Lupetto creato per la Roma nel 1978.

Complice il fatto che da lì a breve, il presidente Dino Viola e l’allenatore Nils Liedholm creeranno la Roma più forte e popolare di sempre, il Lupetto di Gratton ha presto ottenuto successo ben oltre i campi da calcio. Era la Roma del povero capitan Di Bartolomei; del fenomeno brasiliano Falcao, di Conti e Pruzzo, di Ancelotti e Nela; della festa per lo scudetto nel 1983, e della finale di Coppa dei Campioni persa ai rigori, l’anno dopo contro il Liverpool, proprio all’Olimpico. Era la Roma che contendeva gli scudetti alla Juventus, diventando simbolo di rivalsa operaia contro l’arroganza degli Agnelli. Quella Roma era un piccolo fenomeno di passione popolare; e infatti, in film popolarissimi (a volte il loro pregio, a volte il loro difetto) come le commedie italiane degli anni ’80, spesso si incontra il Lupetto di Gratton: dal Lino Banfi “Allenatore nel pallone” ai film del Monnezza (il commissario interpretato da Tomas Milian appiccica adesivi del Lupetto un po’ ovunque), da Pippo Franco ad Alvaro Vitali.

Anche durante il declino dei primi anni ‘90 – la “Rometta” che dagli ultimi anni dei coniugi Viola passò all’imbarazzante epopea di Ciarrapico – il Lupetto restò, a ricordo d’una stagione felice, d’un grande amore collettivo. Nel 1996 arrivò la famiglia Sensi, e lo stemma ufficiale fu cambiato: tornò la lupa capitolina.

Sono poi arrivati gli americani: la Roma di oggi è un baraccone ricchissimo, che non vince mai (con buona pace dei tifosi, che mai ci hanno sperato troppo) e ha rinnegato radici e simboli… tranne che per il marketing. Nel vasto catalogo del merchandising giallorosso, i prodotti più richiesti sono quelli legati alla nostalgia: quelli col Lupetto di Gratton.

Simbolo del “romanismo”: quella mentalità, simpaticamente stracciona, fatta di rassegnazione e rabbia (arrivare ottavi, noni, decimi fa male… ma arrivare secondi così tante volte, è molto peggio!), di fierezza triste (“mai schiavi del risultato”, per farsi belli del fatto che i risultati non arrivano), di umorismo feroce (i cori e striscioni di protesta per la cessione… dei giocatori peggiori).

Tutto patetico, ma tanto meglio di questo calcio fatto di giocatori capricciosi e pigri, di sceicchi corrotti che inquinano il calcio europeo, di cordate finanziarie che demoliscono stadi storici per fare speculazioni immobiliari.

Il genio grafico di Piero Gratton ci ha lasciato il simbolo di un calcio di cui avere nostalgia: quello che faceva sognare i bambini spingendoli a sbucciarsi le ginocchia giocando a pallone su campi sterrati, e non alla playstation; l’ha lasciato sugli adesivi, sui poster, sulle magliette, sulle toppe. Una passione cittadina e strapaesana, colorata, vivace.