Ci voleva Pierluigi Battista con le sue idee demolitrici della “destra” e della “sinistra”, dietro le quali non troviamo altro che il nulla del leghismo e del grillismo, sul caso Zalone e la sua ultima pellicola. Dopo aver visto “Tolo Tolo” nel primo giorno di programmazione, al pari di tanti altri italiani, accorsi in “fitta schiera”, alla ricerca risultata vana di un rinnovato successo, e aver seguito l’attore pugliese – non mi vergogno e non mi nascondo – almeno un centinaio di volte nelle sue quattro precedenti pellicole (specie la prima e la quarta), non posso nascondere la mia delusione e, da annoiato spettatore, non lo “magnifico” davvero.

Il film cerca di accumulare minuti su minuti in una serie di sketch senza senso, senza logica e senza sostanza, confusi e soprattutto farraginosi. Nell’occasione è inutile che Battista predichi dal suo pulpito, eretto sul nulla di un nuovismo ultraqualunquistico contro “gli ideologi e gli adoratori degli schemi, ancorchè arrugginiti e desueti”, ma non può non constatare che i milioni di spettatori si tengono “lontani con entusiasmo, stavolta, pressochè nullo”.   

In un passaggio, in un solo passaggio Battista merita consenso. E’ nel momento in cui lo definisce, sulla scorta dei malati di analisi politica, “trasversale”, cioè “infilza e basta”, al di là, quindi, di etichette politiche e di slogans propagandistici. Ad avviso dell’editorialista Zalone “se la ride nell’assistere ai pensosi dibattiti sulla direzione politica dei suoi film e di quest’ultimo in particolare” e “può esistere, e anche alla grande, senza il patentino politico che vorrebbero appiccicargli addosso. Ma invano “. E l’avverbio, usato con funzione aggettivale, è sinonimo, ahimè, l’ennesimo sogno infranto del desolante nulla italiano, non colmato davvero dalle indefinite, indecifrabili ed insondabili scelte di Battista.

 Ancora meno accettabili sono le parole del produttore Pietro Valsecchi, il quale, con smaccato e sfacciato dolus bonus, ha definito la pellicola “un film che passerà alla storia, il più grande caso del cinema italiano”, aggiungendo poi una frase assolutamente incredibile quanto infondata: “Dovevamo gestire una nuova era di Zalone, la sua maturazione”. Sulle valutazioni e sulle strumentalizzazioni, che hanno mortificato ed avvilito i precedenti (Valsecchi di nuovo ha parlato apertamente di “sdoganamento”), non può essere dimenticata, con il peso e l’effetto eloquente, solito e direi naturale, la casa distributrice, la “Medusa”, appartenente al gruppo Mediaset, proprietà del “padrino” di Salvini presso il PPE, una nuova mossa del suo multiforme cammino politico.