Lungi dall’essere galvanizzante la lettura dell’editoriale di Mieli, Evocazioni pericolose. Ma che cosa c’entra il fascismo?, autentica “scoperta dell’acqua calda” per l’ovvietà delle affermazioni, che al giornalista appaiono valutazioni epocali, conferma e ribadisce la vecchia quanto radicata critica avanzata dagli elettori di destra (non dalla destra politica evanescente) al costume inveterato dell’etichettatura demonizzante di “fascista”, usata per atteggiamenti, considerazioni, giudizi, distinti e distanti da quelli dei detentori delle reti televisive e degli organi di stampa.

Nonostante il direttore de “Il Giornale”, da tempo capace di interventi solo infelici (v. la polemica con Toti, reo di pensare fuori dagli schemi dettati da Arcore), abbia sostenuto trionfalisticamente la fine sul piano propagandistico della sinistra, continuano ad apparire, indiscutibili e presuntuose, analisi e ricostruzioni delle esperienze e dei campioni del comunismo, faziose e anacronistiche.

Mentre ci prepariamo alla demonizzazione del nuovo presidente del Brasile, scelto democraticamente e non con votazioni farsa come avviene nella beneamata Cina, e all’avvio del processo di beatificazione, speriamo solo laica, di Regeni e Cucchi, è apparso, fresco di stampa, un lavoro di Gianluca Fiocco, Togliatti, il realismo della politica (Roma, Carocci, 2018). E’ pieno di riguardi (il titolo stesso ne è prova), di interpretazioni compiacenti, di enfatizzazioni su episodi di falsa opposizione a Stalin, ma del tutto privo di denunzie e di sottolineature negative, di cui la vita del torinese è traboccante.

Sin dalla ricostruzione delle esequie, culminata in una manifestazione di cordoglio, “priva di precedenti”, viene utilizzato il commento di Manlio Cancogni, giornalista dell’”Espresso”, cioè di stretta ortodossia, e non certo del “Borghese”, l’aura di devozione è sconfinata. Quest’episodio, francamente esagerato nella memoria di chi scrive, conferma una volta ancora, in un momento saliente, l’atmosfera collaborativa, da sempre esistita tra la DC e il PCI, coalizzati unicamente contro la destra.

Persino uno studioso come Fiocco, tanto per capire, membro del consiglio di indirizzo scientifico della Fondazione Gramsci, non può ignorare la “compromissione di Togliatti con il regime staliniano” ma l’analisi è comunque ovattata e miope.

Fredde ed acritiche, quindi politicamente consenzienti, sono le valutazioni sulle posizioni assunte da Togliatti dopo la diffusione del rapporto di Krusciov: a detta dell’intoccabile ed indiscutibile, ieri ed oggi, leader, i misfatti del defunto sono liquidati come “una degenerazione burocratica” del sistema.

Nella biografia non potevano essere evitati – sarebbe stato più che incredibile, addirittura assurdo – i giudizi espressi sulle drammatiche vicende polacca ed ungherese.

Nonostante siano trascorsi oltre 60 anni la sinistra (un sostenitore dell’intervento dei carri armati è stato eletto presidente della Repubblica e rimane “grande vecchio” ) non rinnega l’atteggiamento di consenso da sempre avuto. Non è Fiocco a scriverlo ma il 28 giugno 1961, suggello indelebile di una vita e di una idea, Togliatti, nel corso di una “tribuna politica”, arriva a definire “giusta” la condanna capitale decisa ed eseguita contro Imre Nagy, capo della rivolta ungherese.