Ieri un colpo di stato militare ha destituito il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza, attualmente all’estero. Il golpe è stato organizzato dall’ex capo dei servizi segreti locali il generale Niyombare, licenziato dal premier lo scorso febbraio a causa della sua opposizione all’annunciata ricandidatura, per la terza volta, di Nkurunziza. Una forzatura anticostituzionale che rischiava di frantumare gli esili equilibri tra tsutsi e hutu fissati nel 2000 al convegno di Arusha e riaprire le ferite della lunga guerra civile.

Nella capitale Bujumbura la situazione è assai confusa. Secondo l’agenzia Reuter, una grande folla interetnica è scesa in piazza per applaudire i golpisti mentre nei pressi della sede della televisione nazionale, in mano ai lealisti, si registrano sparatorie.

Da settimane l’antica colonia belga — un paese poverissimo e densamente popolato — è scossa da manifestazioni sempre più violente tra oppositori del presidente uscente e la polizia nazionale, schierata per lo più con il potere. I vertici dell’esercito — dopo i terribili massacri, l’unico rappresentante della fragile unità nazionale — pur proclamando la sua neutralità aveva invitato Nkurunziza a desistere dai suoi propositi. Evidentemente senza successo. Alla fine è arrivato il momento di Niyombare, considerato dagli osservatori stranieri l’unica personalità in grado di bloccare l’ennesima deriva armata. Non vi è pace sui grandi laghi africani.