Se credete alla sconfitta dello Stato Islamico aprite gli occhi. È già risorto. Ed è più vicino. È il nuovo Califfato Nero, il regno dell’Islam radicale pronto a sommergere il Sahel, schiacciare le comunità cristiane e minacciarci seguendo le rotte migratorie verso l’Italia.

Abu Bakr Al Baghdadi, il Califfo dell’Isis eliminato da un raid americano a fine ottobre, lo preannunciò nel video con cui, ad aprile, si congratulò con i «fratelli del Burkina Faso e del Mali per essersi aggiunti al convoglio del Califfato». Un convoglio partito da lontano e messo in moto non dal Califfo, ma da una Nato e da una Francia capofila di quell’intervento in Libia che consegnò il Sahel all’avanzata jihadista. Senza l’eliminazione di Muhammar Gheddafi le tribù tuareg, trasformate dal Colonnello in una milizia privata, non sarebbero tornate nelle terre primigenie del Mali trasformandosi, grazie alle razzie negli arsenali libici e ai fondi del Qatar, nella punta di lancia dell’insurrezione jihadista.

L’intervento francese del 2012 in Mali non ha rimediato al danno. Strappate le città al controllo islamista la lotta si è arenata tra gli anfratti del Sahara trasformando il Mali in un Afghanistan francese. Da lì l’infezione jihadista ha contagiato Burkina Faso, Niger e Camerun congiungendosi con il fanatismo dei Boko Haram in Nigeria. E dalla costola dei Boko Haram è sorto l’Isgs, lo «Stato Islamico del Grande Sahara» sovrappostosi e affiancatosi alle formazioni alqaidiste come Aqim (Al Qaida in the Islamic Maghreb) già protagoniste del traffico di armi e uomini nel Sahel. In questo ginepraio Minusma, la missione dei 16mila caschi blu africani mandati al posto dei francesi in Mali, si è trasformata, con i suoi 206 caduti, in una delle operazioni più sanguinose nella storia dell’Onu. L’operazione Barkhale, continuazione ed estensione dell’intervento francese con i suoi 4.500 uomini dispiegati tra Mali, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mauritania non dà risultati migliori.

Se il Mali è il «nuovo Afghanistan», negli altri paesi i gruppi radicali controllano il contrabbando di uomini, merci e armi che da Nigeria e Camerun a sud si congiunge, attraverso Chad e Sudan, con le avanguardie degli Shebaab in Somalia. Un’espansione confermata dai 3.471 atti di violenza islamista un dato doppio rispetto al 2013 – registrati in Africa nel 2019 dal Pentagono. Un dato accompagnato da pesanti bilanci in termini di perdite umane. Se le 1.100 e passa vittime del 2018 erano il doppio del biennio antecedente, gli oltre 4mila caduti del 2019 segnalano – per l’inviato delle Nazioni Unite in Sahel Mohamed Ibn Chambas – «la devastante escalation degli attacchi terroristici contro obbiettivi civili e militari». Un’escalation confermata dai massacri in un Burkina Faso alle prese, dal 2016, con l’infiltrazione islamista dai confini settentrionali con il Mali. Un’infiltrazione resa più agevole dalla dissoluzione delle forze di sicurezza dopo la cacciata, nel 2014, del dittatore Blaise Compaore al potere dal 1987.

La metastasi jihadista coincide con un crescendo delle violenze anti cristiane. Dopo l’assassinio, nel 2019, di oltre 60 fedeli il Burkina Faso è, per la prima volta, nella «World Watch List 2020», il rapporto annuale di «Open Doors», l’organizzazione americana che analizza la situazione nei 50 paesi con il più alto tasso di persecuzione religiosa. «In Burkina Faso nota il rapporto – i cristiani lottano per la sopravvivenza. Dozzine di preti cattolici sono stati uccisi. Alcuni pastori protestanti e le loro famiglie sono stati rapiti o ammazzati dai militanti islamici. Qualcuno è stato assassinato semplicemente per i simboli cristiani indossati». Ancor più preoccupante è l’espansione del Califfato Nero. I suoi militanti, oltre a finanziarsi con il traffico di uomini, ne seguono le rotte e risalgono dagli incontrollati confini meridionali della Libia fino al Mediterraneo. Sconfitto nel 2016 dalle milizie di Misurata e dall’aviazione americana dopo il tentativo d’insediarsi a Sirte, l’Isis si guarda bene, oggi, dal creare avamposti territoriali. In questo contesto preoccupa l’intenzione dell’amministrazione Trump di ritirare parte dei 5.200 militari di Africom impegnati – tra Gibuti, Somalia e Niger – nella lotta al jihadismo africano.

Il ritiro rischia di compromettere la missione militare italiana in quel Niger, dove l’ostilità francese rende possibile una nostra presenza soltanto al fianco degli Usa. Il tutto mentre l’estromissione dell’Italia da una Tripolitania diventata stato «fantoccio» della Turchia di Erdogan ripropone le complicità con Ankara già sfruttate dall’Isis in Siria. E minaccia di trasformare il Mediterraneo nell’anello di congiunzione tra il Califfato Nero e le nostre coste