La narrazione dominante ci presenta l’Africa come un immenso disastro, un continente stremato dai conflitti e dalle carestie, un “cuore di tenebra” che inghiotte ogni speranza. Ovviamente le colpe sono tutte e soltanto del rapace imperialismo europeo — e non importa che la parentesi coloniale sia durata lungo appena 80 anni, dalla conferenza di Berlino del 1884 ai primi anni Sessanta del Novecento… — e le migrazioni sono la giusta, ineluttabile e inarrestabile punizione. Dunque pentitevi e aprite subito porti e città.

Una visione ideologica, semplicistica e sbagliata. L’Africa è plurale. Vi sono le Afriche, «una rete di complessità con modelli culturali, politici, religiosi profondamente diversi e contradditori». Lo ricordava, in suo intervento su “Limes”, il senatore Alfredo Mantica, già sottosegretario agli Esteri nei governi Berlusconi e profondo conoscitore del continente. Ma per pigrizia o ottusità noi preferiamo vedere soltanto «un ammasso indistinto di numeri ed emozioni, gravato da povertà e malattie, a cui offrire modelli sociali riciclati e di breve termine; resta esclusa l’Africa fatta da giovani, di energie inespresse, di potenzialità enormi da sfruttare, di spazi immensi, di ricchezza di materie prime».

Il premier etiope Abiy Ahmed Ali

Mantica ha ragione. Lo conferma, una volta di più, il Nobel al giovane premier etiope Abiy Ahmed Ali, un riconoscimento (per una volta) assolutamente condivisibile che premia non solo l’accordo di pace con l’Eritrea ma soprattutto la metamorfosi dell’Etiopia, vero paradigma della rinascita africana. Con coraggio e determinazione Aby sta trasformando in tempi rapidi il secondo paese più popoloso del continente (ancora nel 2002 uno degli Stati più poveri del mondo) in una formidabile locomotiva economica che ambisce a diventare un polo di riferimento globale per l’industria tessile. Qualche numero: negli ultimi 15 anni il PIL è cresciuto con un incremento medio del 10 per cento e le stime prevedono da qui al 2030 una crescita del 7% annuo con ricadute importanti sulla popolazione. Secondo le proiezioni, le persone che vivranno in estrema povertà (la soglia è calcolata in 1,9 dollari al giorno) crolleranno dal 22% del 2018 a meno del 3% nel 2030. Nel 2000 erano il 44 per cento… E ancora, l’Etiopia a dicembre lancerà (con l’aiuto cinese) un satellite meteo nello spazio ed entro il 2025 sarà la prima nazione africana “carbon free”.

Se Addis Abeba corre anche i suoi vicini si stanno muovendo. Al netto delle continue dinamiche conflittuali — ad oggi, con l’eccezione della Somalia, quasi arginate , da oltre un decennio l’intera area è in piena fase espansiva: la crescita economica complessiva ha raggiunto il 5,8 per cento; l’Etiopia è seguita da Kenya, Tanzania, Ruanda e Uganda con stime tra il 7 e il 5 per cento. Un vero e proprio boom che ha attratto un enorme afflusso di investimenti e capitali esteri e suscitato formidabili appetiti politici e militari.

In primis c’è Pechino che sta trasformando l’intera Africa orientale in una piattaforma dell’import-export cino/euro/africano. Una scelta strategica di lungo periodo: attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb e il Mar Rosso scorre quasi tutto il traffico tra Europa e Asia (un interscambio pari a 700 miliardi di dollari), per l’economia cinese un passaggio vitale. Da qui gli investimenti per una serie di grandi progetti infrastrutturali (porti, strade e ferrovie) finalizzati a creare — tra Addis Abeba, Gibuti, Nairobi, Mombasa, Lamu e Kampala — un network logistico transafricano sinergico ai piani del “celeste impero”.

Ma il denaro, come ricordava un film di successo, «non dorme mai» ed ecco allora la presenza di Turchia, Arabia Saudita, monarchie del Golfo e, con discrezione, Israele; una folla di attori tutti irresistibilmente attratti dai nuovi mercati etiopi e kenioti, dai giacimenti di gas e petrolio scoperti in Eritrea e Somalia e dalle risorse minerarie di Uganda e Sud Sudan. Un complicato risiko geopolitico ed economico in cui gli europei, in ordine sparso, stanno cercando di rientrare. L’Italia, al solito, è priva di una politica africana e si affida ad un pugno di “capitani coraggiosi”, imprenditori lungimiranti come Piero Salini di Impregilo.

L’Etiopia — assieme a Nigeria, Senegal, Niger, Mali, Burkina Faso, Mauritania, Chad, Sud Sudan, Gibuti ed Eritrea —  è impegnata anche in un altro cruciale progetto panafricano di cui poco si parla in Italia e in Europa: la Great Green Wall, la grande muraglia verde di ottomila chilometri d’alberi che si estenderà tra Gibuti e il Senegal, tra l’Oceano Indiano e l’Atlantico. Una cintura di piante sul margine meridionale del Sahara per fermare la desertificazione (ogni anno il deserto avanza di due chilometri) e le conseguenti crisi alimentari e  migratorie. Grazie al ciclopico progetto, avviato nel 2007 e oggi realizzato al circa al 20 per cento, sono stati recuperati già cinque milioni di ettari di terra in media per Stato con migliaia di nuovi posti di lavoro diretti e indiretti. Il record è del piccolo Senegal dove sono stati piantati 12 milioni d’alberi e restituiti agli agricoltori 25mila ettari di terreni aridi. Un’alternativa reale alla povertà e all’insicurezza alimentare che purtroppo l’Unione Europea non sostiene adeguatamente. Ancora una volta, Pechino si è detta disponibile ad aiutare gli “amici” africani…

Se molti, purtroppo, ancora partono vi è anche chi invoglia a tornare. È il caso del Ghana, piccolo paese anglofono dell’Africa Occidentale indipendente dal 1957 e con un’economia in decisa crescita. Il suo presidente Nana Akufo-Addo ha proclamato il 2019 — quattrocentesimo anniversario del primo viaggio di una nave negriera verso il Nord America — “l’anno del ritorno”. Non si tratta (soltanto) di una trovata simbolica ma di  un progetto per far rientrare in patria i segmenti più dinamici della diaspora ghanese e convincerli ad investire nell’informatica, nelle energie rinnovabili, nelle comunicazioni. La fame di quadri e capitali è tale che il governo ha ampliato, con una campagna pubblicitaria ad hoc, la sua offerta anche ai discendenti degli schiavi statunitensi e caraibici. Insomma, tornate a casa, abbiamo bisogno di voi.  Chi ha detto che l’Africa è perduta?