E se il buio dovesse nuovamente calare sulle nostre vite? La possibilità del ritorno del Lockdown è tutt’altro che remota. Gli altalenanti dati dei contagi non promettono nulla di buono. Non ci lascia tranquilli l’ “accerchiamento” europeo del virus che sta mettendo a tappeto Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania, oltre ai Balcani ed alle isole adriatiche. In qualche modo sembra che, diversamente da altri Paesi, ce la stiamo cavando, dopo aver pagato uno scotto iniziale che faceva ritenere a nostri vicini che loro fossero immuni dal coronavirus. Ma fino a quando? Virologi e politici ci rassicurano in qualche modo: se dovesse manifestarsi una recrudescenza del morbo siamo preparati, e comunque non sarà così violento come nei mesi passati. Ma, nonostante tutto, resta la domanda: se il forzato ritiro sotto la tenda fosse inevitabile, che cosa sarebbe di noi?
La domanda percorre come uno spettro mari e monti dove, non senza apprensione, si tenta di esorcizzarla parlando d’altro. Ma settembre è vicino, i distanziamenti saranno più complicati, la vita tornerà a premere e sarà inevitabile concentrarsi su di essa piuttosto che sulle profilassi indicate a meno che non ci sia una campagna massiccia che inviti a stare il più possibile al riparo dalla promiscuità. Ma ciò implicherebbe se non una “chiusura”, come quella che abbiamo sperimentato tra il 10 marzo ed il 4 maggio, una forte limitazione delle nostre libertà e, dunque, uno scadimento della qualità di esistenze già provato da mesi di paure, esitazioni e improvvisi entusiasmi rivelatisi perniciosi in alcune aree del Paese dove focolai d’infezione si sono accesi, fomentati dall’imbecillità di pochi piuttosto che dalla fatalità.
La domanda, dunque, resta. E si porta dietro tutta l’inquietudine possibile ed immaginabile pensando alle scuole che devono riaprire e non sono pronte, al sistema dei trasporti nel quale vige la confusione più totale, ai luoghi di lavoro che non possono restare abbandonati ancora, pena la diminuzione della produzione scaduta ai minimi termini. E poi la qualità della nostra vita sociale, delle relazioni che si stanno rarefacendo, della comunità nazionale in preda ad una angoscia non sempre confessata, ma intimamente vissuta. Che impatto avrà tutto questo se il pericolo dovesse riaprirsi davanti a noi?
Nessuno sa e ovviamente non può dare una risposta, al di fuori (così sembra) del governo al quale sembra facile prorogare i termini dell’emergenza per agitare la paura quale volano di un possibile ordine civile. Ma Conte ed i suoi ministri non hanno tenuto in considerazione la fragilità dell’animo umano che difficilmente può tollerare a lungo limitazioni imposte dallo stato delle cose, a meno che non si tratti di un attacco bellico che inevitabilmente porterebbe non all’inerzia, bensì alla mobilitazione.
Occorrerebbe, per rispondere in qualche modo (e non so quanto appropriatamente) alla domanda iniziale, preparare gli italiani psicologicamente a comportamenti virtuosi e liberi, nel senso di aiutarli a comprendere quanto è possibile osare, dopo la fine dell’emergenza, nel riappropriarsi delle loro vite con la leggerezza di un vissuto “normale”, per quanto segnato da prevenzioni che a conti fatti sembrano tutt’altro che impossibili da osservare.
Le minacce, insomma, di ogni tipo, dalle sanzioni alle esclusioni dall’attività comunitaria, non servono a molto. Servono senz’altro le misure di polizia nel controllare gli arrivi e nel presidiare le frontiere, ma ciò di cui abbiamo bisogno è scacciare la tetraggine che è la migliore alleata del virus, immaginando che la vita continua pur senza abbracciarsi o mangiare insieme ad un metro di distanza.
Quel che sarà di noi se la situazione dovesse precipitare dovremo deciderlo noi stessi, insomma. A meno di non sentirci più sicuri con la controfigura di un Lukascenko alle spalle che mentre definisce l’epidemia “una psicosi”, raccomanda di fare tanta sauna, bere molta vodka e lavorare intensamente. Da un pagliaccio che di mestiere fa il tiranno ci si può attendere anche una ricetta del genere, ma noi che apparteniamo, fortunatamente, ad un altro mondo, abbiamo soltanto – e non è poco – la nostra ragione per fronteggiare il morbo che ci minaccia.
Insomma, un altro domani è possibile. A patto che scienza e precauzione si mettano d’accordo, che i singoli vengano liberati dai condizionamenti della paura e si attrezzino a vivere secondo “virtute e conoscenza”. E che la politica faccia il suo mestiere, senza agitare incubi guardando più lontano di Palazzo Chigi dove si sfornano decreti presidenziali come se fossero cruciverba.
Ecco, è di questo che l’Italia non ne può più. E se è vero che siamo attrezzati ad affrontare improvvise recrudescenze, facciamoci bastare questo per tornare a vivere senza l’oppressione dell’angoscia. Settembre potrebbe avere altri colori rispetto a quelli che uccelli (o pipistrelli) del malaugurio si affannano ad agitare.