Nella sua storia quasi centenaria l’antifascismo italiano si è alimentato di ragioni che sono andate ben oltre la lotta contro il suo nemico.

La prima stagione, quella più immediata, contro il Regime, fu l’espressione di un antifascismo minoritario, che Giorgio Amendola, dirigente del Pci, indicava nell’ordine di grandezza di alcune migliaia di militanti per i comunisti e di qualche centinaia per il socialisti e per Giustizia e Libertà. Sono antifascisti a cui va riconosciuto l’onore delle armi (ancorché espressione, per i comunisti, di un’appartenenza ideologica totalitaria), autolegittimati da una visione parziale ed erronea dell’Italia degli Anni Venti/Trenta: la convinzione che il fascismo avrebbe avuto vita breve, mentre invece il consenso popolare verso il Regime si allargava e consolidava. Solo fattori esterni (la guerra) ed eccezionali (l’azione della monarchia) portarono alla caduta del fascismo nel luglio 1943.

Da lì inizia la seconda stagione dell’antifascismo (la Resistenza), nella quale vengono ad emergere, al di là di un unitarismo di facciata, i diversi orientamenti politici del fronte antifascista, con una “guerra di liberazione” che prende i tratti, per i comunisti, della guerra di classe e della guerra civile (entrambe rivolte – dopo i fascisti – contro i cattolici ed i liberali).

L’unità formale dell’antifascismo si rompe dopo il varo della Costituzione (1947), con un antifascismo di matrice comunista che non può che essere – parole di Luigi Longo – “d’opposizione”, contro chi (la Democrazia Cristiana) si è “messo al servizio dell’imperialismo e dei suoi piani di guerra”. In quella fase l’antifascismo unitario non serve più al Partito Comunista che cavalca lo scontro di classe nel nome di una Resistenza che – come afferma Pietro Secchia, altro dirigente del Pci – “non appartiene ai gruppi conservatori e reazionari”, in quanto lotta “contro i gruppi del capitale monopolista, contro le forze oscurantiste e più retrive del nostro paese” e quindi contro la Dc che a quegli ambienti viene assimilata.

Negli anni della “guerra fredda” l’antifascismo viene “disinnescato” dalla Democrazia Cristiana, che cavalca l’anticomunismo, e declinato dal Partito Comunista nella prospettiva della costruzione della società socialista.

Questa fase dura fino agli Anni Sessanta del ‘900, allorquando, con l’ “apertura a sinistra” della Dc e con la tattica della “via democratica al socialismo” del Pci l’antifascismo è recuperato quale collante della nuova stagione politica. La legittimazione del Pci – forza di governo passa attraverso la ricucitura del fronte antifascista (anche in opposizione ad un Msi che, nei primi anni Settanta, manifesta un nuovo dinamismo politico). L’antifascismo del Ventennio sessanta/settanta è anche quello a cui, dietro la “legittimazione” di piazza tutto è concesso, compresa la violenza. E’ l’antifascismo militante, d’impronta extraparlamentare, pronto alla lotta dura, a colpi di spranga e mitraglietta, contro gli odiati “fascisti” (termine che assimilava missini, liberali e riformisti) e contro i “nemici di classe” (forze dell’ordine, imprenditori, docenti universitari).

L’unità antifascista serve al Pci per entrare nelle stanze del potere e alla Dc per continuare a riperpetuarsi.

E’ negli Anni Ottanta, con il “riflusso” e con la politica craxiana del “Socialismo Tricolore” (è Bettino Craxi, che dopo decenni di ostracismo a destra, invita, nel 1983, alle consultazioni per la costituzione del nuovo governo una delegazione del Msi-Dn) che viene messa la parola fine alla stagione dell’antifascismo militante, facendo rientrare la questione fascismo/antifascismo nell’alveo dello scontato ritualismo istituzionale e lasciando alla ricerca storica la complessa questione dell’interpretazione del Ventennio.

Questo fino ad oggi, allorquando viene inaugurata una nuova stagione antifascista, tanto paradossale per la tempistica, quanto inappropriata per i contenuti. Ora che il fascismo non può essere più utilizzato da sinistra in funzione dello scontro di classe, esso viene trasformato in una sorta di “male assoluto”, dai tratti metastorici, se non diabolicamente metafisici. E’ la stagione del “fascismo eterno”, dell’ Ur-fascismo – teorizzata da Umberto Eco nel 1995. Si tratta di un fascismo irreale, fuori dal mondo e dalla Storia. Nell’Ur-fascismo non c’è traccia dei complessi percorsi ideologici del ‘900. Di fronte all’Ur-fascismo a nulla serve invitare al ritorno alla Storia, alle analisi documentate e motivare. E’ sufficiente pescare nel cilindro delle illazioni ed il gioco è fatto. Basta poco per risolvere la questione. Il fascismo ? Facile identificarlo: è il culto della tradizione, il rifiuto del modernismol’azione per l’azione , la paura della differenza, l’appello alle classi medie frustate, l’ossessione del complottola vita come guerra permanente e come conquista del mondo, il disprezzo per i deboli, il machismo, il populismo che va da Piazza Venezia alla Tv o internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la “voce del popolo”.

Su questo piano a nulla servono gli inviti ad evitare certe assolutizzazioni, come quella recentissima del Presidente della Repubblica, che nel fascismo vede solo ombre. Né hanno significato le tante e complesse interpretazioni che del fascismo si sono avute nel corso dei decenni. Fatica sprecata quella di Renzo De Felice e di tanti intellettuali, tutt’altro che “nostalgici”, impegnati su questi crinali: Ernst Nolte, Francis Ludwing Carsten, George L. Mosse, Tarmo Kunnas, Antony James Gregor, tanto per citarne alcuni. Perfino l’antifascismo delle origini sembra un vecchio rudere da rottamare.

L’Ur-fascismo è un assoluto, inutile studiarlo. Basta farne un tabù, buono per tutte le stagioni, da demonizzare, un “mostro verbale” piuttosto che un nemico vero, in carne ed ossa, talmente lontano dalla realtà da renderlo incomprensibile nella sua essenza storica, quasi che settant’ anni e più siano passati inutilmente.