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La pace può essere peggio della guerra. Soprattutto se si è sconfitti e si rimane prigionieri dei vinti di ieri, i vincitori di oggi. Terminata la battaglia, resta posto solo al rancore e alla vendetta. La tragedia di milioni di prigionieri di guerra tedeschi — a lungo sottaciuta e ignorata persino in Germania — è emblematica. Su quest’umanità umiliata e ormai indifesa, si scatenarono gli odi dei vincitori. Tra il 1945 e il 1956, i sovietici massacrarono nei loro gulag oltre un milione di prigionieri germanici e in Occidente non andò meglio. Britannici, francesi e americani non ebbero alcuna pietà per i vinti che — ormai degradati al ruolo di schiavi — vennero impiegati, aggirando la Convenzione di Ginevra, nei lavori forzati o abbandonati senza viveri dietro i reticolati. I sopravissuti, annicchiliti e colpevolizzati, rientrarono in una Germania distrutta e spezzata e si chiusero nel silenzio. Il pacifismo tedesco di oggi è in larga parte frutto di quel trauma mai affrontato e mai risolto.
Land of Mine – Sotto la sabbia, il film del regista danese Martin Zandvliet, nei cinema italiani dal 24 marzo, racconta un frammento di questa tragedia. Con coraggio, il regista affronta la vera storia dei duemilaseicento soldati tedeschi costretti a sminare — senza alcuna attrezzatura e protezione — le coste della Danimarca nell’immediato dopoguerra. Perlo più ragazzi tra i 14 e i 18 anni, arruolati nei mesi precedenti alla disfatta del Reich. Metà di loro finiranno uccisi o mutilati.

Il film si focalizza sulle vicende (realmente accadute) di un gruppo di 15 giovani prigionieri che, a conflitto finito, furono spediti in Danimarca per “scavare sotto la sabbia”. Lungo le coste occidentali della penisola, infatti, giacevano ad una profondità di appena venti centimetri circa due milioni di mine antiuomo.

Nel film, sotto gli ordini del feroce sergente Rasmussen e di altrettanto crudeli soldati danesi, i ragazzi hanno il compito di ripulire la zona dalle mine nascoste dai propri connazionali. “Le mine tedesche” continua a ripetere il sergente “verranno bonificate dai tedeschi”.

Sullo sfondo, l’odio feroce dei danesi nei confronti degli ex invasori. Pestaggi, torture, fame e poi il lavoro suicida sulle spiagge. Un dato imbarazzante, se si pensa all’accoglienza offerta dalla maggioranza del paese alle truppe del Reich nel 1940, all’alto numero di volontari locali nelle file delle armate germaniche, al contributo non proprio glorioso della locale resistenza. I ragazzini — ma il regista sorvola — diventano così il caprio espiatorio della cattiva coscienza della Danimarca. Un panorama di desolazione e crudeltà, addolcito solo verso la fine dal sergente Rasmussen — il terribile carceriere — che riesce inaspettatamente a ritrovare un senso d’equilibrio, d’umanità. Una speranza per vinti e vincitori.