Tutto da vedere, con un goccio di sana malizia, l’ultimo lavoro di Guy Ritchie. Dopo aver indagato Holmes, il regista inglese si è cimentato con il mito di Camelot. Cosa non facile. Ma il lavoro funziona. Convince. Ed ecco “King Arthur – Il potere della spada”, l’ennesima rilettura della leggenda di Re Artù.
Costato oltre 100 milioni di dollari, il film è il primo capitolo di quello che dovrebbe essere un maxi progetto di sei titoli. L’incipit della storia è semplice e (invero) un po’ banale e molto inglese: il povero che diventa ricco, l’orfano che si scopre sovrano, etc. Artù (Charlie Hunnam) cresce nella periferia di Londinium (per gli ignoranti, Londra in epoca romana), accudito da un gruppo di mignotte e ignaro del proprio lignaggio. Un giorno (come la saga impone) è chiamato a tentare di estrarre la spada nella roccia.Lo fa.
Insulti e sberleffi e, poi, rullo di tamburi, squilli di trombe, il ragazzo diventa re. Naturalmente il tiranno di turno, Vortigern (Jude Law), il cattivone che ha ucciso i suoi genitori e usurpato il trono del padre, farà di tutto per accopparlo. Il resto è noto (già dal XII° secolo) come l’intero universo narrativo, ma questa è una variante quasi “supereroistica” e tratti sorprendente. In ogni caso, gli elementi basici del ciclo arturiano sono intatti e il racconto ha un suo spessore, una sua validità. Soprattutto trasmette valori dimenticati. L’onore, la fedeltà, il coraggio. I valori di sempre.
Un piccolo consiglio per chi ha figli o nipotini. Portateli al cinema.