Trieste è uno strano, piccolo mondo. Raggomitolata nell’estremo angolo settentrionale del Mediterraneo, incuneata tra la Balcania e l’Adriatico, la città rassomiglia a un vascello incagliato, ad un piroscafo incatenato alla terra rossa del Carso, all’Altopiano. Al Continente.
Trieste non ama il suo retroterra. Trieste è una città di mare, di marinai, di viaggiatori. Di sognatori. Di persone inquiete. Non a caso Joyce, Burton, Max d’Asburgo ed Ettore Muti e vi trovarono rifugio, ispirazione, idee. E non è nemmeno un caso che per i triestini — con l’eccezione dei “terragni”, quelli che aspettano, rimpiangono, temono le onde e si lamentano per ogni cosa, anche la più astrusa — partire, salpare, navigare, forse ritornare, sia un’abitudine, quasi una regola.
Nulla di strano. Quando nasci e cresci fissando l’Adriatico in tempesta, questa enorme distesa liquida che lambisce il cuore della città, il bisogno di vedere, conoscere, capire il mondo, diventa imperioso; un comando interiore — come per il protagonista de “L’Uomo a cavallo” di Drieu — «ti strappa a te stesso» e t’impone di farti fabbro del tuo destino e di levare le ancore. O di almeno sognarlo.
Fu il caso di Almerigo, triestino, figlio di un comandante di marina e di una signora istriana erede di una dinastia di armatori; un giorno del 1983 Grilz sciolse gli ormeggi e si diresse verso il mare aperto, lasciando dietro a se una storia politica importante, qualche invidia, tante possibilità.
Molti rimasero sorpresi, sconcertati. Almerigo era uno dei referenti centrali del mondo giovanile della Destra italiana — una galassia confusa e generosa — e uno dei protagonisti dell’annunciato salto generazionale post almirantiano. Davanti a lui le strade della politica — nonostante qualche meschinità provinciale e molti timori del notabilato missino — erano aperte.
Ma Almerigo — ormai insofferente dell’ottusità del “piccolo mondo antico” — rifiutò e scelse di partire. Non s’imbarco su una nave, ma scelse il giornalismo di guerra. Il banco di prova più duro. Per comprendere, per raccontare storie che nessuno scriveva, nessuno ascoltava.
Con Gian Micalessin e Faustino Biloslavo, Grilz raggiunse la guerra afghana — allora sconosciuta e ignorata — e narrò con la penna e la cinepresa le gesta di un popolo in lotta contro l’Armata rossa. Senza retorica, senza sconti ad alcuno. Al suo ritorno — ammalato, stanco ma entusiasta — ci avvertì degli enormi rischi di quel conflitto, delle sue possibili conseguenze: «l’Afghanistan è una polveriera, dopo i sovietici scoppierà una guerra civile e la vinceranno i fondamentalisti con le armi della CIA e l’aiuto dei pakistani. Nessuno potrà controllarli». Nel 1983, Almerigo aveva già compreso quello che i servizi occidentali capiranno solo nel 2001.
Dopo l’Afghanistan, Fausto, Gian e Almerigo si organizzarono con un’agenzia — l’Albatros, un omaggio a Baudelaire e un simbolo estremo di libertà — e partirono per altri fronti, altre guerre. Divennero celebri per la loro spericolatezza, professionalità e onestà. I loro filmati e i loro reportage furono trasmessi dalle più importanti catene internazionali. Un successo pieno.
Tutto s’interruppe il 19 maggio 1987. 25 anni fa. Almerigo venne colpito da una pallottola mentre filmava un’azione di guerra in Mozambico. Cadde in piedi come era vissuto. Il suo corpo fu sepolto sotto un grande albero. Lì riposa da allora. In Africa.

Da subito fu un morto scomodo. Per la casta dei giornalisti — soprattutto quelli giuliani — Grilz divenne un personaggio fastidioso, un nome da rimuovere. Da dimenticare. Grilz era e rimaneva un fascista. Una “non persona”. Un “non uomo”. Indegno d’ogni ricordo.
Una scomunica e un’interdizione a cui si opposero da subito Fausto e Gian, scontrandosi con l’ottusità della sinistra e, spesso, l’indifferenza del centro destra. Un atto di amicizia e cameratismo forte. Giusto. È doveroso dargliene atto, com’è giusto sottolineare il ricordo puntuale e fraterno che ogni anno i ragazzi — ormai invecchiati ma non domi — del FDG triestino tributano al loro vecchio segretario.
In ogni caso, dopo cinque lustri, la Trieste ufficiale — o forse la Trieste “terragna” ? — sembrava aver finalmente deciso di ricordare Almerigo. Fausto e Gian avevano proposto al Comune — abbandonato l’anno scorso, grazie all’idiozia del centro destra locale, alla sinistra comunista — un’iniziativa importante. Fortemente condivisibile. Ma ancora una volta qualcosa o qualcuno si è opposto.
Per capire, vale la pena di leggere la lettera di Biloslavo e Micalessin: «Il 19 maggio Almerigo se ne sarà andato da 25 anni. Gian ed io non lo abbiamo mai dimenticato e custodiamo il suo ricordo nei nostri cuori. In occasione dell’anniversario abbiamo proposto, fin da febbraio, di cedere gratuitamente al museo De Enriquez di Trieste la mostra “Gli occhi della guerra” composta da un centinaio di fotografie che riflettono la durezza della guerra e ripercorrono, dagli anni ottanta ad oggi, i principali conflitti dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Africa al centro America. Alcune foto sono state scattate dallo stesso Almerigo prima di cadere, con la cinepresa in mano, in Mozambico, il 19 maggio 1987.
Il sindaco di Trieste, Roberto Cosolini, si è subito dimostrato disponibile e l’iniziativa ha l’appoggio dell’Ordine dei giornalisti e dell’Associazione della stampa. Noi, che siamo i principali autori, volevamo in occasione della “donazione” dedicare la mostra fotografica non solo ad Almerigo, ma a tutti i caduti triestini in guerra in tempo di pace (Luchetta, D’Angelo, Ota e Hrovatin) e agli altri giornalisti italiani uccisi dopo il secondo conflitto mondiale.
La consegna simbolica doveva avvenire, nelle mani del Sindaco, sabato 19 maggio in Comune. All’ultimo momento la segreteria di Cosolini ci ha informato “con rammarico che il Sindaco ha dato disposizione di rinviare la conferenza stampa che dunque non avrà luogo sabato 19 maggio ma in data da destinarsi. Il Sindaco è molto dispiaciuto di non poter cogliere la concomitanza con l’anniversario della scomparsa di Almerigo Grilz, conferma il suo interesse all’accettazione del comodato d’uso da Voi gentilmente offerto ma ha necessità di avere ancora un po’ di tempo a disposizione per alcune azioni amministrative indispensabili”.
Speriamo che sia così e che i problemi amministrativi dell’ultimo minuto non celino ammuffiti ostracismi del passato da parte di qualcuno. Il nostro unico obiettivo, 25 anni dopo la scomparsa di Almerigo, è condividere con la nostra città un patrimonio fotografico sulle guerre degli ultimi 30 anni, che pensiamo sia unico in Italia».

Evidentemente a una certa Trieste, il ricordo di un ragazzo ucciso mentre testimoniava orrori che nessuno voleva vedere, da ancora fastidio. O forse il sindaco Cosolini (ex PCI) e i suoi sodali del PD non riescono a dimenticare quel loro coetaneo che trent’anni fa infranse in città l’egemonia della sinistra. Chissà?
Non vorremmo che l’ennesima offesa — ovviamente sobria e garbata quanto ipocrita — alla memoria di Almerigo sia soltanto la vendetta postuma dei “terragni”, dei brontoloni, degli ignavi, di tutti coloro che, come il buon Cosolini, dai loro loculi occhieggiavano l’Adriatico in bufera. Invidiando l’ardire di chi partiva verso mari sconosciuti. A vele spiegate. Con il vento nth-9ei cappelli. Come Almerigo.