Che i Balcani fossero diventati nel corso degli ultimi vent’anni il luogo d’incubazione dell’estremismo islamico in Europa è un dato ormai ben noto, anche se troppo spesso sottovalutato dall’opinione pubblica come dalle stesse cancellerie del Vecchio Continente. Quelle stesse cancellerie che, tutt’oggi, fingono di non vedere alcuni degli esiti dei processi di “pacificazione” voluti dalla comunità internazionale –leggasi Stati Uniti e, al seguito, Unione Europea- nell’ultimo ventennio in quelle tormentate regioni.

Che la Bosnia nata dagli accordi di Dayton ed il Kossovo eretto in stato indipendente siano terreni fertili per la penetrazione del messaggio estremista in salsa wahabita – grazie ai cospicui investimenti delle “organizzazioni umanitarie” islamiche con base in Arabia Saudita – è un dato di fatto ormai evidente per tutti coloro che osservano in maniera attenta, e priva di pregiudizi, l’evoluzione di queste fragili realtà statuali balcaniche. La “dorsale verde”, ovvero la creazione di una linea continua di territori su cui forte è la presa dell’islam più aggressivo, se qualche anno fa era un’ipotesi formulata dagli osservatori più attenti è, oggi, una realtà. Dal Kossovo (vedi http://www.destra.it/kosovo-nemico-casa-leuropa-gli-americani-fingono-non-vedere/) alla Bosnia, passando per l’Albania moschee, centri culturali, villaggi e comunità sensibili al messaggio estremista crescono sempre di più. In Bosnia e Kossovo addirittura sotto forma di villaggi il cui nucleo fondante è costituto da ex volontari stranieri accorsi nei Balcani per sostenere la causa dei correligionari “vittime” di serbi e croati.

Ma la vera novità è data dal crescere della presenza dell’estremismo islamico in Albania. A lanciare l’allarme sono i servizi di sicurezza italiani, secondo cui – stando a quanto riportato da La Repubblica – ormai in diversi villaggi, soprattutto nell’area di confine con il Kossovo, non è raro veder sventolare la bandiera nera del Califfato. Del resto sono oltre mille, secondo i servizi di sicurezza di Tirana, i volontari albanesi che in questi anni hanno raggiunto i territori dello Stato Islamico per arruolarsi nella fila del suo esercito. E sempre la stessa fonte conferma come la radicalizzazione di moschee – ben 89 sarebbero completamente “fuori controllo” – e centri di cultura islamica sia un fenomeno in crescita.

Di qui il timore, evidenziato dai servizi di sicurezza italiani, che la Puglia possa diventare porta d’accesso in Italia ed in Europa di militanti dell’Isis. E questo in forza sia dei legami esistenti tra le comunità albanesi della madrepatria e quelle che vivono in Puglia – frutto di ondate migratorie più o meno datate – che dei contatti, ben solidi, tra le reti criminali italiane e quelle albanesi. La criminalità albanese, del resto, ha una sua consolidata presenza in territorio pugliese. E molti dei leader di queste bande sono originari dei territori in cui più forte è la radicalizzazione in atto. Il pericolo, quindi, è che le reti attualmente utilizzate per il traffico di droga ed armi possano essere messe al servizio del Califfato.

Un rischio che gli apparati di sicurezza italiani cercano di prevenire anche intensificando la collaborazione con i colleghi dei diversi paesi balcanici.