Negli anni ’70 andavano di moda le feste in casa, i cui ingredienti erano: i proprietari altrove, un salotto abbastanza vasto, un impianto stereo, divani e poltrone collocate in posizione strategica, luci smorzate, bicchieri di carta e – solitamente – analcolici. Lo sfigato della compagnia si accoccolava vicino al  piatto e deponeva  di volta in volta l’LP che gli si richiedeva o che egli stesso sceglieva. Si prediligevano i lenti, per motivi che il lettore può ben comprendere da solo, che le coppie ballavano ciondolando ciascuna in uno spazio di dieci centimetri per dieci. C’erano feste più o meno ambite, a seconda dei luoghi (non si usava dire location, allora) e dei partecipanti. E c’era una regola non scritta che i più accorti osservavano: per partecipare dovevi essere invitato, ma l’invito non doveva essere mai sollecitato.

Mi sono venute in mente queste lontane usanze giovanili riflettendo sulla litania del “Conte ci convochi”, “Conte ci ascolti” con la sua ultima versione integrata: “Conte ci ascolti, non siamo irresponsabili” e  consimili accorate  invocazioni che ormai da mesi Salvini e Meloni indirizzano al capo del governo. Credo che più o meno per gli stessi motivi per i quali non si sollecitavano gli inviti allora non si dovrebbe farlo oggi.

Il primo motivo per evitare tali richieste è la dignità, che viene meno se si piatisce una convocazione a palazzo così come un invito a un pranzo di matrimonio o a una cerimonia.

Il secondo è che una richiesta di invito e di ascolto a un incontro politico è – lo si voglia o meno – una richiesta di legittimazione. Ora, la Destra non è Conte che la legittima: è il voto dei cittadini, è il seguito che ha nella Nazione, è (anzi dovrebbe essere) lo spessore culturale dei suoi esponenti, è infine la capacità di elaborare piani credibili per affrontare la drammatica contingenza. Ne ha, la Destra, di questi piani? Sembra piuttosto efficace nel contestare – peraltro con ragione, a mio avviso – molti provvedimenti governativi: insomma efficace nella pars destruens, lo è molto meno nella pars construens.

L’affermazione “non siamo irresponsabili” è poi un infortunio nell’infortunio. Così dicendo ci si colloca da soli nei panni dello scolaretto che si giustifica di fronte al maestro, quel maestro che in realtà è il tuo avversario politico: ed eccoci a un passo dalla sindrome di Stoccolma. Quando Salvini fece cadere il governo (che abbia fatto bene o male è questione solo collaterale in questa sede) la Destra doveva mettere in conto la possibilità di una lunga collocazione in un cono d’ombra, che però andava intesa come un periodo di incubazione fecondo di idee e programmi, per avvalorarsi presso l’elettorato quale alternativa credibile all’avvocato Conte e ai suoi sostenitori protagonisti del più spettacolare giro di valzer della storia patria dopo quello dell’8 settembre.

Dunque si affronti questa fase con dignità, evitando di chiedere di sederci alla corte del sultano. Ci toccherebbe, se pure, uno sgabellino, e faremmo la fine dello sfigato che alle feste degli anni ’70, invece di ballare il ballo del mattone con le ragazze, faceva girare gli LP sul piatto del Marantz.