Più di ogni altra nazione europea, l’Italia dovrebbe essere interessata all’evoluzione dell’Africa. Lo impongono la nostra posizione geopolitica, la nostra storia di ieri, i problemi di oggi, le opportunità di domani. Eppure poco o nulla succede e il dibattito nostrano si riduce ad una polemica tra “buonisti” e “cattivisti” sui flussi migratori, ormai un fenomeno strutturale, perdendo la visione di insieme. Un quadro sconsolante. Ne abbiamo discusso con uno dei rarissimi politici italiani realmente addentro alle “cose africane”: il senatore Alfredo Mantica, con Tomaso Staiti e Franco Petronio capofila dell’ala modernizzatrice del MSI e poi sottosegretario agli Esteri nei governi Berlusconi. Dal 2014 è vicepresidente della Fondazione AVSI, Ong italiana presente in 35 paesi nel mondo di cui la metà in Africa.

Da anni all’Italia manca una politica africana. Si parla solo di immigrazione ma non di strategie e di priorità d’intervento. Perchè?

Una politica strategica in Africa l’Italia repubblicana non l’ha mai avuta. Nel dopoguerra i vari governi si sono limitati all’area mediterranea (Libia, Algeria, Egitto) con qualche attenzione (e scarsi successi) verso le nostre ex colonie d’Etiopia, Eritrea e Somalia.  Un’eccezione positiva fu il contributo di Roma al processo di pace in Mozambico: i meccanismi allora delineati funzionano ancora oggi garantendo stabilità politica e una democrazia di buon livello per le categorie africane. Purtroppo non abbiamo saputo patrimonializzare in termini di strategia politica la nostra capacità di “facilitatori di pace”; nessuno più in Italia ricorda quell’evento che ci vide impegnati diversi anni, anche con la presenza di truppe, a garanzia di una pace faticosamente raggiunta dopo una devastante guerra civile. Quando poi il governo Berlusconi chiuse i contenziosi con Libia e Etiopia non abbiamo raccolto i frutti (e forse in Libia qualcuno non ha voluto che noi potessimo usufruire di quel risultato). Stessa cosa è successa in Sudan. Per anni ci siamo impegnati per chiudere la guerra civile ponendoci, insieme a Stati Uniti e  Inghilterra, come garanti degli accordi. Poi il nulla.

Una vera politica africana richiede enormi sforzi politici e diplomatici e impegni economici che il sistema Italia non concepisce come prioritari perché non abituato a sfide e rischi. È ormai tramontata l’epoca della guerra fredda quando il Continente era nettamente diviso fra le due grandi sfere di influenza e riuscivamo, grazie ai rapporti multilaterali in cui eravamo inseriti, ad avere un ruolo nel settore delle infrastrutture e dell’estrazione petrolifera. Dagli anni Novanta il sistema Italia, salvo alcune eccezioni e qualche successo di piccole e medie imprese, si è sostanzialmente ritirato dal mercato africano. Anche il fenomeno migratorio è ridotto ad un problema di politica interna e persino chi (correttamente) dice “aiutiamoli a casa loro” non ha mai indicato una linea guida politica verso l’Africa né si è mai preoccupato di capire le ragioni profonde della questione o di analizzare un continente, la sua cultura e le sue complessità politiche economiche e giuridiche. L’Africa non è uno spazio abitato da “neri” ma da popoli profondamente diversi tra loro, da Stati che hanno politiche fra loro conflittuali, da tradizioni e religioni che li distinguono e li differenziano. Ecco perché di una strategia per l’Africa ha oggi più bisogno l’Europa, e in primis l’Italia, che non i paesi africani che hanno altre sponde a cominciare da Stati Uniti e Cina.

È noto che sei molto critico sulla cooperazione italiana ed europea. Negli anni qualcosa è cambiato?

La criticità della cooperazione allo sviluppo verso l’Africa è un aspetto che riguarda lo stesso concetto di cooperazione a livello globale.  Si è ormai consolidata la convinzione che i grandi sforzi economici di questi anni, flussi di decine di miliardi di dollari, non abbiano ottenuto i risultati sperati. Se il numero dei poveri a livello mondiale è fortemente diminuto ciò è dovuto alla loro riduzione in Cina e in India e molto poco è legato alle politiche di cooperazione. In Africa si sono raggiunti risultati minimi e i cambiamenti registrati sono a macchia di leopardo, legati più alle dinamiche politiche e sociali dei singoli Stati che non alle politiche di cooperazione. La questione ci riguarda direttamente come europei visto che la UE è il più grande donatore al mondo e ci interessa da vicino come italiani poiché contribuiamo massicciamente (il 13%) al fondo europeo. Spesso i grandi donatori sviluppano linee di cooperazione che non hanno prioritariamente al centro i beneficiari cui sono destinati gli aiuti ma le modalità gratificanti per il donatore stesso o politiche assistenziali di breve periodo che non mettono in moto cambiamenti. Va inoltre detto che le strutture multilaterali che definiscono le politiche riflettono, e non potrebbe essere altrimenti, i grandi interessi degli Stati che guidano la politica mondiale. La cooperazione italiana non è e non può essere diversa dal contesto in cui si muove la cooperazione europea; aggiunge solo qualche deficit organizzativo di stampo classico della burocrazia italiana.

L’avanzata cinese continua in tutto il Continente. I russi si stanno riaffacciando dopo 20 anni d’assenza mentre Turchia, Emirati e India intervengono regolarmente. Solo l’Europa è quasi assente.

In un mondo multipolare le grandi potenze non possono non guardare all’Africa, un continente ricchissimo di materie prime, di terre coltivabili e un grande mercato. La globalizzazione non può ignorare il Continente quando le rivolte scatenate dalle disuguaglianze sociali minacciano di mettere in discussione e non solo in Africa — vedi recenti fatti dell’America Latina, del Libano, dell’Iraq — gli stessi equilibri internazionali. Oltre alla Cina, una presenza forte di cui molto si parla, sono attivi anche il Giappone, i paesi del Golfo e l’India, soprattutto nell’Africa affacciata sull’Oceano Indiano. E poi ci sono gli Stati Uniti, con un’ottica molto attenta alla sicurezza, la Turchia neo ottomana e nuovamente la Russia, rientrata in Africa partendo dalla Siria e protagonista oggi in Libia e nell’estero vicino libico cioè in Africa centrale. L’Unione Europea paga una mancata presenza perché non esiste come soggetto di politica estera e perché Francia e Inghilterra sviluppano una loro presenza autonoma (più o meno felice) condizionando le attività, le priorità e l’immagine stessa dell’Europa. Per il futuro non mi pare ci siano segnali di cambiamento specie per quanto riguarda la UE, tenendo conto che in prospettiva Inghilterra e Francia saranno sempre più deboli. A sua volta l’Africa non esprime potenze regionali in grado di determinare una politica continentale e in prospettiva rischia di rimanre sempre più oggetto delle grandi potenze e dei grandi interessi finanziari mondiali.

Recentemente Di Maio e altri politici italiani hanno polemizzato sul franco CFA e il ruolo della Francia in Africa. Cosa ne pensi?

È una vecchia polemica datata anni Sessanta più volte dibattuta negli anni e interessa la politica della “francofonia”, cioè il tentativo messo in atto dalla Francia nelle sue ex colonie per costruire una comunità di lingua e di cultura francese articolata anche in una moneta unica, il CFA, garantita dalla banca centrale francese e collegata alla moneta francese e oggi all’euro. Dovrebbe garantire stabilità monetaria, favorire gli scambi commerciali fra i paesi della comunità   francofona e tra “madre patria” e paesi africani. In questo quadro la Francia ha difeso i suoi interessi nazionali e, soprattutto economici, e non poteva essere altrimenti. Mi sembra più di attualità analizzare la decisione presa nello scorso luglio dall’Unione Africana di formare il mercato unico africano. Gli europei confermano invece la loro mancanza di visione strategica, culturalmente bloccati da una visione conservatrice che vede un’Africa eternamente aiutata dall’Europa ed esclude la possibilità di un dialogo paritario per costruire un futuro condiviso. La “grandeur” francese fa parte giustamente della memoria storica transalpina ma spesso profuma di antico e soprattutto di antieuropeo. Nessuno mai in Europa ha delegato la Francia a rappresentarci in Africa. È anche vero, purtroppo, che l’Europa non è mai stata in grado di offrire alternative.

Tu sostieni che vi sono più Afriche: una parte fallita, un’altra piena d’energie capace di svilupparsi e crescere. Dunque le carestie, le migrazioni non sono un destino ineluttabile?

Le emigrazioni non sono e non possono essere l’unica strada da percorrere per lo sviluppo. È importante capire perché i giovani partono e non solo gli emarginati e analfabeti ma anche i “palestrati” con diploma. Perché arrivano da paesi dove il PIL aumenta del 7% annuo. Perché tante giovani donne affrontano il deserto e il mare e le violenze, per fuggite da paesi dove non ci sono guerre civili, carestie e dove il cambiamento climatico non incide. Sarebbe ora di smettere il piagnisteo e finirla con questa marmellata di buoni sentimenti che offende in primis i migranti, rendendoli oggetto di un dibattito che riguarda l’Europa e il suo modello di sviluppo. Il fenomeno ha profonde radici politiche. Innanzitutto vi sono le migrazioni interne: si lascia la campagna per i nuovi mostri urbani (Lagos con 24 milioni di abitanti, Nairobi 12 milioni, Abidjan 8) e ormai quasi la metà degli africani vive nelle grandi aree metropolitane. La città è il luogo mito di una speranza di vita migliore, più simile ai modelli e stili di vita che internet racconta loro ogni giorno. Da qui spesso inizia il secondo balzo verso l’Europa con la complicità di molti governi che favoriscono l’emigrazione perché riduce il numero di cittadini cui provvedere e assicura le rimesse dei migranti che in alcuni paesi arrivano quasi al 20% delle entrate dello Stato. In un mondo dove un impiegato guadagna 50 euro al mese i soldi dall’estero diventano una fonte economica fondamentale.

Per fortuna ci sono anche governi impegnati a frenare i flussi con la buona politica che crea sicurezza, scuole, ospedali, infrastrutture. Sono una minoranza ma in quei paesi il fenomeno è trascurabile. È compito dei governi africani dare stabilità politica, provvedere al rafforzamento delle istituzioni, lottare contro la corruzione, formare nuove classi dirigenti. Le migrazioni non sono solo un problema economico ma una questione di qualità della vita, opportunità di sviluppo, riconoscimento di meriti e capacità individuali, ricomposizione nella statualità delle differenze etniche e religiose.

Il colonialismo europeo durò circa ottant’anni. Una fase brevissima a ben vedere. Eppure oggi è un alibi per molti paesi africani e un “mantra” della sinistra e di certo mondo cattolico. Non è tempo di affrontare il problema con equilibrio?

Paul Kagame presidente del Rwanda nel suo discorso di insediamento come presidente dell’Unione Africana ha ricordato ai capi di Stato presenti che da sessant’anni in Africa governano gli africani e che l’alibi del colonialismo non è più credibile né accettabile. Ha perfettamente ragione. Ma il problema è nostro. Viviamo in un tempo in cui l’Europa nella sua anima laica e socialista ha assunto su di sé le colpe di una civiltà che ha creato il mondo moderno. Ci siamo dichiarati colpevoli di tutto ciò che è accaduto dagli aborigeni australiani agli indigeni dell’Amazzonia, dal “terrorismo” dei Crociati alla vergogna per avere vinto a Lepanto contro i poveri musulmani. Il colonialismo non poteva sfuggire alle colpe europee come fra un po’ dovremo vergognarci dell’impero di Roma. In questo contesto tentare di affrontare il colonialismo in termini storici e razionali è praticamente impossibile. Peggio del colonialismo l’Europa ha prodotto solo il nazifascismo… Come spesso accade quando si vuole “nascondere” la storia negando che sia un continuo approfondimento e quindi una continua revisione (siamo in un mondo in cui la verità storica è stabilità dalla legge e in Francia proprio relativamente all’epoca coloniale), il tema ha senso solo a livello politico. Gli europei devono smetterla di insegnare libertà, democrazia, regole economiche (il neocolonialismo moralista e ipocrita). Con l’Africa si tratta alla pari come partner di un progetto di sviluppo che interessa allo stesso livello le due parti. Non c’è bisogno di pentimenti o di revanscismi. Gli africani non lo chiedono e gli europei siano leali: nella trasparenza dei rapporti non si potranno mai nascondere gli interessi delle grandi finanziarie.

Continua la polemica sulle restituzioni degli oggetti d’arte africani da parte dei musei europei. Nulla di nuovo a ben vedere. Nel tuo periodo di governo affrontasti il problema della stele di Axum restituita all’Etiopia nel 2018. 

L’Italia non ha “restituito” niente ha solo “ri-eretto” un obelisco come altri che ad Axum erano al suolo. Axum è la   capitale religiosa delle popolazioni etiopi cristiane copte e l’obelisco era un simbolo   identitario della nazione etiope. Abbiamo condiviso con Meles   Zenawi, uno dei più grandi capi di Stato che l’Africa abbia mai avuto, l’idea di riportare e ri-erigere l’obelisco, che era a Roma, nella sua sede storica. L’operazione è avvenuta sotto l’egida dell’Unesco per il suo profondo significato culturale ed è la motivazione condivisa dalle parti (al netto delle diverse versioni, più o meno interessate a sminuire il valore dell’azione del governo Berlusconi). Il risultato, ovviamente, fu anche politico con una serie di trattati di collaborazione e di amicizia fra   Italia   ed   Etiopia. Ma Axum è stata anche una operazione di “Destra”, quella Destra che crede nello Stato come costruttore dell’identità nazionale e s’impegna, nei rapporti internazionali, a rafforzare l’identità nazionale dei paesi amici o alleati. Sulla base di questo principio è possibile ricostruire alla base rapporti che nel tempo hanno conosciuto altri passaggi. Non siamo noi i giudici di atteggiamenti e visioni diverse in contesti e epoche diverse dall’attuale, ma vogliamo e dobbiamo essere artefici di nuove relazioni con una nuova Africa.