Il sistema ha sfidato il popolo ed ha vinto. Ma ha vinto male. Con pochi voti, dal momento che soltanto il 39% degli elettori si è recato alle urne, e molte intimidazioni. L’Algeria, in pratica, non ha scelto. E con il più basso tasso di votanti  della sua storia ha decretato la vittoria di Abdelmadjid Tebboune, ex primo ministro, per un breve tempo, dell’uscente (a furor di popolo) Abdelaziz Bouteflika.

Tebboune, 74 anni, ha raccolto il 58,15% dei suffragi. Una manciata di voti, si potrebbe dire, per sentirsi legittimato come presidente di un Paese vasto, popoloso e diviso che nel 2014 portò la metà degli aventi diritto a votare per Bouteflika.

Le elezioni, che hanno visto cinque uomini del regime contendersi la presidenza, si sono svolte in un clima di tensione, a dir poco, segnato da ricatti e pressioni per mandare la gente ai seggi. Non certo un bell’esempio di democrazia.

Tebboune è l’erede, nel senso proprio del termine, di Bouteflika che ne ha fatto la sua longa manus nel regime soprattutto quando era impossibile governare. Si può dire che come uomo di fiducia dell’ostinato autocrate che gestiva il potere anche da cliniche svizzere o da luoghi appartati del suo Paese, impossibilitato a mostrarsi negli ultimi anni e ancor più costretto dalla malattia a delegare l’esercizio del mandato ai fedelissimi che si sono spartiti l’Algeria come hanno voluto, il nuovo presidente è la proiezione di Bouteflika, che pur immobilizzato avrà modo di influenzare la politica algerina, ma è soprattutto il braccio operativo dell’uomo forte di Algeri, il capo di Stato  maggiore Ahmed Gaïd Salah. È lui che ha ha vinto  le elezioni, è lui che controlla l’Algeria. È lui che si servirà di Tebboune (che con faccia tosta si definisce “indipendente”) per portare il Paese non si sa dove dal momento che nessuno dei cinque candidati del regime ha avuto l’accortezza di esplicitare un programma elettorale in grado di far capire agli algerini quale potrebbe essere il loro destino.

Queste elezioni-farsa sono state l’estremo espediente del clan oligarchico-militare che tiene in pugno l’Algeria da anni per perpetuare se stesso impedendo al movimento di popolo, spontaneo e purtroppo privo di leadership, Al Hirak che più di ogni altro la scorsa primavera ha lavorato per indurre Bouteflika alle dimissioni, di agire nel profondo del Paese preparando l’alternativa.

Lo scopo di Hirak era quello di far celebrare elezioni libere da condizionamenti ed in un contesto nel quale partiti diversi avrebbero potuto confrontarsi. I militari, con la solita grazia, hanno capito che potevano perdere il potere e si sono coalizzati mettendo da parte gelosie e dissapori in un’unico partito apparentemente diviso, esprimendo cinque candidati tutti delle stessa area di potere.

Ha vinto probabilmente il più malleabile ed il meno coinvolto nelle congiure di palazzo ordite dai militari. Economista di formazione, Abdelmadjid Tebboune è stato più volte alto funzionario presidenziale, poi wali, l’equivalente del prefetto, prima di essere nominato ministro della Comunicazione da Bouteflika quando venne eletto nel 1999. Nel maggio 2017 viene nominato primo ministro, ma licenziato tre mesi dopo. Le solite “congiure di palazzo”, si disse all’epoca ad Algeri. In verità la lotta tra i clan fattasi feroce davanti al corpo inerte di Bouteflika, ormai incapace di intendere e di volere, ha portato ad un patto scellerato tra i maggiorenti che ha aperto la strada alle elezioni dalle quali non viene fuori la governabilità, ma il vaso che Tebboune dovrà in qualche modo gestire.

Il Movimento Hirak respinge l’esito elettorale, accusando il regime di indebite ingerenze e di brogli, ma se in circa nove mesi non ha avuto la capacità di darsi una struttura territoriale ed organizzativa per poter contrastare il tentativo di “restaurazione” una qualche responsabilità nella regressione della democrazia algerina deve pure averla. E difatti, pur non volendolo, è stato oggettivamente complice di quanto accaduto e soprattutto di aver fatto “giocare” la presidenza a cinque sostenitori o ex collaboratori di Bouteflika: Abdelaziz Belaïd, Ali Benflis, Abdelkader Bengrina, Azzedine Mihoubi e Abdelmajid Tebboune, privi di un credibile  avversario poiché tale non era il debolissimo ex- deputato Abdelaziz Belaid, leader del Fronte El Moustakbel che ha raccolto poco o niente nelle urne, snobbato sistematicamente durante la campagna elettorale dai famigerati cinque, ma anche dal popolo che lo ha praticamente ignorato.

Il responsabile della campagna elettorale di Tebboune, Mohamed Laagab, ha dichiarato: “Non ci sarà bisogno del secondo turno. I rapporti dei responsabili della campagna nelle province, dopo la fine dell’operazione di conteggio delle schede del nostro candidato a livello nazionale, indicano la vittoria di Abdelmadjid Tebboune con il 64% dei voti”. Cifre propagandistiche, menzogne ridicole.

L’ultima chance di Hirak è sfumata. Ma non sono sfumati i motivi della crisi algerina. Da oggi si guarda più che al neo-presidente alle mosse di Ahmed Gaïd Salah, l’uomo che ha il potere vero, che muove i militari in tutte le regioni, che tiene in ostaggio la presidenza ed il Parlamento.

Ahmed Gaïd Salah, nel maggio scorso fece un appello al dialogo, pur ribadendo che le votazioni devono comunque tenersi e che il confronto popolare è indispensabile a partire dalle richieste della gente. Rifiutando in realtà, rifiutando il dialogo con l’opposizione e l’istituzione di organismi indipendenti di controllo elettorale, Salah ha dato il via all’operazione che ha sostanzialmente portato alla restaurazione del vecchio potere.

Con il 39% dei voti non si governa. L’inesistenza della democrazia in Algeria di fatto è stata sancita dal rifiuto del voto. In un’area particolarmente sensibile soprattutto per le contrapposizioni tra l’islamismo politico e quelle religioso-integralista (non si dimentichi la lunga striscia di sangue provocata anni fa dai Fratelli Musulmani) ci sarebbe bisogno di una maggiore coralità nella gestione del potere. Ma fino a quando i militari resteranno al loro posto e difenderanno i loro privilegi, con l’appoggio dell’oligarchia economico-finanziaria che fa affari a scapito delle fasce più deboli del popolo, l’Algeria non potrà neppure sperare di riprendersi.

Negli ultimi anni il governo ha potenziato il settore militare, spendendo circa il 6% del budget in spese per le forze armate; è la seconda potenza militare più significativa dell’intero continente africano, dopo l’Egitto. L’esercito conta circa 1.700.000 uomini, la marina circa 60.000. L’Algeria può contare anche su un efficiente forza aerea, formata da circa 140.000 uomini attualmente in servizio. È questa la massa di manovra del generale Gaïd Salah.

I quarantadue milioni di algerini non dormono sonni tranquilli, a meno di non sottoporsi al regime. Le opposizioni che faranno? Se non trovano al più presto un leader sono destinate a sparire in breve tempo. Peraltro la libertà di espressione è piuttosto scarsa, anzi totalmente sotto controllo. Uno studio del 2010 della Freedom House di Washington ha rivelato che l’Algeria non è un paese libero, che non vi è libertà di stampa e che non è una democrazia elettorale. Poi arrivarono le  primavere arabe ed  il popolo algerino si ribellò. Ma fu un fuoco fatuo che contribuì ad aggravare la situazione nel Paese e nelle confinanti nazioni del Maghreb. Da allora l’intolleranza  degli eredi del Fronte di liberazione nazionale si è fatta più dura.

Dal caos non si esce costruendo le premesse di un altro caos. E dietro l’angolo si affaccia anche l’ombra di un terribile regolamento di conti. Certo, Hirak ha una sua visibilità, ma nessuno può dire che cosa si muove  nelle viscere di Algeri tra El Mittak ed i vicoli della impenetrabile casbah dove sempre tutto è cominciato dalla metà degli anni Cinquanta.