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La fine del mondo? Rinviata a febbraio. Questa la nuova data a partire dalla quale, secondo alcuni analisti, dovrebbero manifestarsi per l’economia britannica i “nefasti” effetti della Brexit.

Disastri che, tuttavia, al momento vengono dati per certi solo da coloro che avevano ipotizzato il collasso economico britannico già all’indomani del voto di giugno, voto con cui i sudditi di Sua Maestà hanno deciso di dire addio all’Unione Europea. Una previsione rivelatasi alla prova dei fatti – gli unici che veramente contano – come assolutamente infondata.

Ed a smentire le tante Cassandre, pronte a disegnare una Gran Bretagna ridotta ai livelli disastrati della Grecia – nazione che ha seguito pedissequamente la ricetta di “risanamento” imposta dall’Europa -, ci sono proprio i dati economici raccolti da in questi ultimi mesi.

In primis da notare come la Gran Bretagna non sia entrata in recessione. A doverlo ammettere, tra gli altri, anche Ocse e Fondo Monetario Internazionale – sì, quello del “salvataggio” della Grecia -, ovvero proprio coloro che disegnavano gli scenari più cupi per il dopo Brexit. Ad oggi invece le stime prevedono per il 2016 una crescita del pil dell’1,9% – per carità di Patria si evitano paragoni con l’Italia -, mentre per il 2017 si prevede una crescita dello 0,7%, dunque ancora nessun segno meno. Non ha vacillato neanche la fiducia dei consumatori, considerato che non si è registrata alcuna flessione significativa dei consumi interni.

Gli unici cali registrati finora hanno, paradossalmente, finito per stimolare, almeno sul breve periodo, l’economia britannica. Il calo della sterlina, più contenuto di quanto ipotizzato in precedenza, ha infatti favorito le esportazioni; d’altro canto ha reso meno convenienti le importazioni, senza tuttavia che al momento si registrino cali preoccupanti. Giù anche il prezzo degli immobili, ma con l’effetto – solo paradossale – di aver rilanciato il mercato immobiliare, in particolar modo nella carissima area londinese. In flessione la crescita dei salari, ma la disoccupazione resta al 4,9%, il dato più basso da oltre dieci anni.

Il momento critico potrebbe arrivare a febbraio, quando inizierà la rinegoziazione dei rapporti commerciali tra Gran Bretagna ed Unione Europea. In quella data, sostengono i più pessimisti, si vedranno davvero gli effetti della Brexit sull’economia britannica: la rottura del mercato comune potrebbe portare a quella migrazione di imprese verso il continente immaginata da alcuni già a giugno.

A far da contraltare a queste fosche previsioni restano però due elementi: in primis la sostanziale tenuta finora del sistema economico britannico; in secondo luogo un interrogativo cui ora nessuno è in grado di rispondere: quale Unione Europea tratterà a febbraio con il governo May?

Il recente vertice di Bratislava ha confermato tutte le tensioni e le divisioni esistenti in seno alla Ue, senza indicare alcuna reale soluzione ai problemi sul tappeto. Inoltre da qui a febbraio vi sono almeno tre appuntamenti che potrebbero minare ulteriormente la traballante Ue: il referendum ungherese sulle quote di immigrati da ospitare, il referendum costituzionale italiano, le elezioni presidenziali austriache. Appuntamenti elettorali che potrebbero segnare un’ulteriore avanzata di quel fronte identitario – o euroscettico o populista secondo progressisti ed europeisti in servizio permanente effettivo – che avanza a grandi passi nel Vecchio Continente.

Al tavolo della trattativa di febbraio, a conti fatti, l’anatra zoppa potrebbe essere proprio l’Unione Europea, non il governo conservatore di Theresa May.