Finalmente la rivolta sociale e patriottica contro un governo iniquo e incapace dilagata in Francia arriva anche in Italia e più precisamente a Milano, nella capitale morale. Solo che qui i rivoltosi invece  che gilet gialli indossano smoking neri.

 La notizia arriva dalle insulse e surreali cronache dei giornaloni, Corriere della Sera in testa, che con grande esaltazione riferiscono della prima della Scala.

 Si rappresentava Attila di Giuseppe Verdi, melodramma ottocentesco di chiarissimo sapore risorgimentale, nel quale il tema patriottico si intreccia con i forti sentimenti personali dei protagonisti e con qualche riflessione sul potere della Chiesa.

 La prima rappresentazione dell’Opera, il 17 marzo 1846 alla Fenice, aveva avuto un successo clamoroso, culminato in un moto di ribellione degli spettatori veneziani i quali udendo Ezio, generale romano, pronunciare nel duetto con Attila le parole “Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me”, ripetute per ben 14 volte, lo avevano interrotto con salve di applausi urlando“l’Italia resti noi, a noi” costringendo i soldati austriaci ad intervenire per ristabilire l’ordine.

 In 171 anni nessuno aveva mai dubitato che, dopo il Nabucco e i Lombardi alla prima Crociata, Giuseppe Verdi e il librettista Temistocle Solera avessero voluto rappresentare con Attila l’invasore straniero, austriaco, e con i romani gli italiani oppressi che gli si oppongono.

 Questo fino al 7 dicembre 2018, quando i giornaloni di servizio lanciano una nuova e più moderna interpretazione: “Attila ispira il patto tra istituzioni”, titola trionfalmente il Corriere, “Vince Verdi, patriota non populista” fa eco la Stampa.

Già le premesse, in effetti, non erano delle migliori.

Il regista Davide Livermore (che secondo Repubblica si è abbonato a Famiglia Cristiana dopo il titolo di copertina ‘Vade retro Salvini”, giusto per capire il personaggio) seguendo l’ultima moda degli allestimenti radical chic (pochi giorni fa il figlio di Abbado aveva ambientato a Salò il Rigoletto) ha completamente decontestualizzato l’opera trasportandola dalla decadenza dell’Impero Romano, rivisitata con gli occhi del Risorgimento, ad una specie di Repubblica di Weimar zeppa di strane uniformi a metà tra i Freikorps e i Village People e nella quale non è difficile capire in chi si siano trasformasti gli Unni-Austriaci di Verdi.

Per chiarire meglio le sue intenzioni (peraltro poco apprezzato dal pubblico), il regista aveva già spiegato che “la cultura è un argine aibarbari e ai furbetti della politica … i furbetti della politica devono inventarsi dei nemici: prima i comunisti, poi i marocchini. E poi chi? Gli alieni? Invece la cultura è militanza, obbliga le persone ad alzare il livello,è una cosa diversa dai like facili”.

 La rivolta contro i nuovi barbari era nell’aria, e come alla Fenice nel 1846 è bastata una scintilla per scatenarla, nella fattispecie l’applauso di 5 minuti con il quale il pubblico del teatro ha accolto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Che in un evento importante e sotto gli occhi del mondo venga applaudito, anche a lungo, colui che secondo la Costituzione “è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” dovrebbe essere un fatto normale e scontato.

Chiunque fosse stato presente avrebbe dovuto farlo, magari a fatica e tappandosi il naso.

 A quanto pare, però, al Corrierone non conoscono la famosa massima di Charles Anderson Dana, leggendario direttoredel New York Sun: “Il cane che morde l’uomo non fa notizia… ma un uomo che morde un cane sì” e decidono di costruire un poema epico e fantasioso su un fatto tutto sommato scontato e normale.

 “Un segnale diretto contro il clima di populismo, un avvertimento indirizzato al governo di Roma che non sempre è stato conciliante con la città ambrosiana” scrive, evidentemente da Marte, la cronista di Via Solferino ribaltando il ruolo della Lega di Salvini, partito di governo che amministra la Regione Lombardia  e, secondo i sondaggi, primo partito in città considerando ovviamente tutta lacittà e non solo la zona 1.

E’ come se dai palchi e dalla musica del Piermarini [sic] arrivasse una richiesta contro ogni forma di barbarie politica”, prosegue il racconto del Corriere, “il vento del cambiamento pentaleghista su Milano non spira forte come nel resto del paese, l’ovazione che ha accolto ieri il Presidente della Repubblica ne è stata la certificazione”, completa il quadro la cronista assegnando d’ufficio al presidente la parte di Leone Magno.

Naturalmente anche l’immaginaria rivolta teatrale, come l’opera verdiana, ha il suo eroe che non è il generale romano Ezio ma il sindaco Giuseppe Sala, che dispensa banalità diligentemente riportate da cronisti estasiati: “bisogna combattere con il dialogo e la competenza” contro “l’imbarbarimento della società”. Non c’è un parallelismo tra il governo di Attila e l’attuale governo, Attila ha governato a lungo e bisogna capire se questa situazione andrà avanti a lungo o no, magari anche no” dichiara lo Zelig di Palazzo Marino, abilissimo nel passare disinvoltamente dalla maglietta rossa di Che Guevara allo smoking, dai centri sociali al foyer della Scala, così come si era trasformato da city manager del centro destra a campione della sinistra.

 La vicenda, più comica che altro,non fa altro che confermare il distacco dalla realtà e persino dal buonsenso di certe oligarchie economiche ed intellettuali e dell’informazione al loro servizio, impegnata più a raccontare i loro desideri che i fatti per come sono.

 Solo così, oltre che con unabuona dose di malafede e superficialità, si spiega la pretesa ridicola di vedere nell’applauso (dovuto come si è detto) al Presidente Mattarella da parte di un migliaio di ricconi potenti e privilegiati, la rivolta “civile” di un’intera città contro un governo “incivile”.

Sono le stesse cronachette dei giornalisti di servizio a spiegare con dovizia di particolari che i presunti sanculotti in smoking altri non erano che il fior fiore dell’imprenditoria e della finanza italiani: i vertici di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, Gian Maria Gros Pietro e Giovanni Bazoli, Alberto Bombassei della Brembo, il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, la presidente di Eni Emma Marcegaglia, Carlo Presenti, Massimo Tononi della CDP (una creatura di Prodi transitata per Goldman Sachs, prima o poi qualcuno ci spiegherà il “cambiamento” insito in questa nomina), Carlo Sangalli, il capo di Vivendi Arnaud de Puyfontainez, Diana Bracco e molti altri.

E ancora: l’ex premier MarioMonti, l’avvocato ex ministro tecnico Paola Severino, la presidente dell’Accademia di Brera, Livia Pomodoro, Carla Fracci, lo chef Davide Oldani, il solito drappello degli ospiti degli stilisti, l’inevitabile codazzo di madame più o meno ingioiellate e altri happy few abbastanza bravi e fortunati da potersi aggiudicare biglietti con un costo variabile da un minimo di 469 euro ad un massimo di 1.466 euro (molto ben spesi, sia chiaro).

 Tutta gente che vede il cosiddetto “governo del cambiamento”, e soprattutto il cambiamento (che per ora è solo uno slogan privo di riscontro nei fatti a parte qualche carnevalata a 5 stelle), come il fumo negli occhi e che non vede l’ora che lo spread o il duo Juncker-Moscovici (a proposito di Attila e di minacce dei barbari) permettano di piazzare a Palazzo Chigi un bel governo tecnico o almeno un governo malleabile che tuteli i loro interessi.

Nel frattempo mentre alla Scala con un applauso si consuma la irreale rivolta degli smoking, dalla Francia (dove le rivoluzioni sono una cosa seria) arrivano le incredibili immagini di una vera rivolta sociale, quella dei gilet gialli, che invece di placarsi si incattivisce: fiumi di persone per le strade, liceali rastrellati ed allineati in ginocchio contro un muro come le mani sulla testa, autoblindo per le strade, pompieri che fronteggiano i poliziotti antisommossa, altri poliziotti che si tolgono il casco per non affrontare manifestanti che cantano la Marsigliese, individui armati in borghese che manganellano brutalmente chiunque gli capiti atiro.

 Niente che interessi particolarmenteil Corriere della Sera, che come tutti gli altri minimizza e sottovaluta mentre la speranza europea Macron, asserragliato da qualche parte, evoca lo spettro del golpe dopo aver giocato, senza successo, la carta del pericolo fascista.

Golpe e pericolo fascista… bisogna riconoscere che il made in Italy va sempre forte.