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Si direbbe proprio che in Italia l’orologio della politica s’è fermato. A quando? A tanto tempo fa.

La crisi del centrodestra ma anche quella del centrosinistra nascono da lontano, non solo da vecchi rancori personali mai sopiti ma anche da nodi politici e culturali irrisolti. Non tutto appare chiaro e facilmente comprensibile ma non c’è nessun giornalista, dico nessuno, proprio nessuno, che si sforzi di spiegarle queste faccende ingarbugliate. Tutti a rincorrere il gossip, tutti a fare i battutisti, tutti a banalizzare ed a rifugiarsi nel logoro esercizio inutile della guerra delle parole.

Quando (parecchi anni fa, una quarantina e forse ancora di più) vigeva la conventio ad excludendum contri i missini l’Armata del Potere Antifascista lavava ogni giorno, tutti i giorni dell’anno, il cervello degli italiani con la guerra delle parole. Obiettivo: creare dei riflessi pavloviani nella pubblica opinione che doveva rispondere a comando ed in modo inequivoco agli aggettivi buttati lì a manciate: fascisti, estremisti, razzisti, nemici della democrazia e della libertà eccetera eccetera.

Gli italiani saranno pure pecoroni. Ma fino a un certo punto. Le cose infatti andarono come tutti ricordiamo. Malgrado questa martellante campagna gli italiani (inizio anni ’70) premiarono con un sonoro 9 per cento quel partito di impresentabili. E poi, più avanti, dettero al suo candidato sindaco di Roma un quasi 48 per cento e più o meno altrettanto per il suo candidato sindaco a Napoli.

Parliamo del Movimento sociale italiano.

A quel mondo, rappresentato poi da Alleanza nazionale, arrise un clamoroso 16 per cento.

Le accuse erano più o meno sempre quelle, forse con qualche attenuazione nei toni e con qualche coraggiosa defezione.

Questo “allentamento della morsa” nella guerra delle parole aveva fatto sperare in una diversa maniera di svolgere la lotta politica, una maniera non dico british ma neanche avvelenata dai pre-concetti e dai pre-giudizi.

Una pia illusione. Quanto è avvenuto negli anni successivi ha dato ancora una volta ragione a Rino Formica, uno degli uomini politici italiani più acuti e sferzanti, quando dice: la politica è sangue e merda. E i media in tutti questi anni hanno intinto le loro penne proprio nel sangue e nella merda.

Oggi assistiamo di nuovo all’ennesimo capitolo della guerra italiana delle parole. Se ieri si linciavano i fascisti oggi si linciano i populisti.

Il Populismo è ormai diventato la sentina di tutti i mali, il termine che raccoglie, come una grande discarica, tutto il peggio del peggio del peggio della politica. E’ la Malagrotta (questo è il nome della più grande discarica alle porte di Roma) della politica italiana.

Il Populismo e i populisti sono gli obiettivi da sputtanare prima e da distruggere poi. Andrebbero messi in un lager, in un laogai, in un gulag e lì abbandonati per sempre.

L’americano Trump, l’austriaco Hofer, l’olandese Winders, la francese Le Pen, il serbo Seselj, l’ungherese Orban, l’italiano Salvini ma anche la Meloni, il britannico Farage, la danese Kjaersgaard, il finlandese Soini, lo slovacco Slota, il rumeno Tudor, la ceka Bobosikova, lo svedese Akesson, lo svizzero Brunner, il belga Valkeniers, il norvegese Jensen, magari il russo Putin, tutta questa marmaglia va arrestata, messa alla gogna e magari processata in una Norimberga preventiva.

Ma è davvero così che si racconta e si spiega quel che accade? E’ davvero possibile che ci si possa muovere ancora con questi armamentari linguistici e concettuali tipici di un’altra epoca? E’ davvero possibile che siano ancora validi i metodi di cinquanta anni fa? E che l’Italia non sia in grado di chiudere questa interminabile e stucchevole guerra delle parole? Che insomma si civilizzi un po’ di più?