La lettura di una nota giornalistica, intitolata  “La SVP svolta a destra e la Lega va al governo anche in Alto Adige” riporta all’attenzione (si parva licet componere magnis) la frase di Enrico di Navarra protestante alla vigilia dell’ascesa dell’allora cattolicissima Francia “Parigi val bene una messa”.

   Così dopo contrapposizioni dure e aspre, da sempre esistenti, il partito popolare, sin dalla nascita “fratello” della Dc e  poi dei suoi eredi cattocomunisti, e la Lega, cancellando ed affossando il costante appoggio recato ai governi nazionali di centro – sinistra e di sinistra, i salviniani hanno sottoscritto un accordo, contenente un allegato, delicato e qualificante, addirittura “secretato”.

   Contemporaneamente all’intesa di potere, di certo totalmente estranea, ma dimostrazione dell’imperiosa gestione della cosa pubblica, irrispettosa della normativa sul bilinguismo, è accaduta al Corno di Renon una tragedia, in cui ha perduto la vita una bambina di 8 anni, schiantatasi con la mamma su una pista “nera”, segnalata con un cartello di divieto scritto unicamente in lingua tedesca.

   La decisione presa dai due movimenti, l’alto atesino ed il leghista, da meramente amministrativa acquista una innegabile valenza politica e riporta alla attenzione la figura dell’irredentista trentino Ettore Tolomei ( Rovereto 1865 – Roma 1952), fondatore con il fratello Arnaldo a Roma nel 1890, del periodico “La Nazione Italiana”.

   Allontanatosi dalla nostra Nazione nel 1894, cura dapprima l’organizzazione del ginnasio italiano a Tunisi, quindi passa, come docente a Salonicco, Smirne e al Cairo. E’ poi addetto alla direzione delle scuole italiane all’estero dal 1901 al 1921.

   Fonda la rivista “Archivio per l’Alto Adige”, ben prima dell’esplosione del conflitto bellico, fermo nell’intenzione di rivendicare l’intera area alla cultura italiana. Il suo pensiero è rivolto alla nazione e, da irredentista radicale, l’avverte l’importanza strategica della regione e l’opportunità o meglio la necessità di far coincidere il confine con lo spartiacque alpino.

   L’analisi di un uomo dimenticato e calpestato, non solo un semplice “geografo”, consente di svelare una gigantesca , l’ennesima, bufala agitata per decenni dalla pubblicistica, dai giornali, dai partiti del centro – sinistra e dagli “storici” contro il fascismo.

   Nel 1906 Tolomei inizia la stesura del “Prontuario di nomi locali dell’Alto Adige” (16.175), pubblicato in una prima edizione nel 1909 e più tardi, nel 1916, in una versione curata dalla prestigiosa Reale Società geografica italiana, La redazione della toponomastica ufficiale è dovuta ad una decisione assunta dal quinto gabinetto Giolitti, perfezionata durante i governi di Bonomi e di Facta e portata a compimento con il regio decreto del 29 marzo 1923, n. 800. Nella “Gazzetta Ufficiale”, che lo pubblica il 27 aprile, pochi mesi dopo l’avvento del regime, il provvedimento  è fondato su 2 leggi del 1920 e sul parere di una commissione istituita nel gennaio 1921.

   La finalità seguita da Tolomei – è stato osservato – tendeva a ristabilire nell’uso corrente le voci originarie latine o italiane. Suo intento implicito ma precipuo era quello di preparare, nel segno della nazione, una nomenclatura italiana completa. Nominato senatore il 1° marzo 1923, svolge a Palazzo Madama una intensa attività, senza perdere di vista la vita, le vicende e le necessità politiche e culturali del Trentino, sua terra di nascita, e dell’Alto Adige.

Dopo l‘8 settembre 1943 il geografo fu arrestato dalle Ss e internato a Dachau, nonostante la sua età, e poi in Turingia, dove fu liberato dai russi ormai ottantenne. Subito i nazisti dell’organizzazione culturale Ahnenerbe ( la società di “ricerca dell’eredità ancestrale tedesca” fondata da Heinrich Himmler) trafugarono l’intero archivio. Da allora se ne persero le tracce.  Sicuro è che fu caricato su un numero imprecisato di autocarri e portato a Innsbruck. Quasi certamente finì poche settimane dopo nel convento dei Camilliani di Hilariberg, che si trova nei pressi di Kramsach nell’Unterinntal. Poi il buio.

Ora, alcune testimonianze parlano di una sua presenza anche nel Ferdinandeum di Innsbruck. Una ricerca che continua tutt’oggi grazie alle pressioni di Alessandro Urzì, consigliere di “Alto Adige nel cuore”. Nel 2017 Urzì  ha fatto approvare al Consiglio provinciale una mozione che “impegna la giunta a chiedere all’Austria e in sottordine al governo tirolese la messa a disposizione dell’archivio stesso”. Un gesto importante ma ignorato da Vienna. Tocca ora a Salvini sollecitare i suoi nuovi alleati (e gli austriaci) nelle ricerche dell’archivio perduto. Vedremo.