Invece della sonora bocciatura, inflitta a tanti altri editoriali di Galli della Loggia, quello intitolato “Il voto, i partiti. La politica e le colpe di un Paese”, come la suocera di Checco Zalone dopo la preparazione della quaglia, può raggiungere la sufficienza stiracchiata, del 6 – -.

La prima parte della nota, dedicata alle candidature predisposte in chiusi sinedri dalle fazioni scese nel fittizio certame politico, pur caricata nei toni e nelle riserve, non nasconde la meritata riprovazione per la casta, tanto grossolanamente creata. Sintesi e somma è la frase immagine della realtà: “noi abbiamo il diritto di farlo e lo facciamo, tanto alla fine voialtri poveri cittadini elettori dovete per forza votarci e non potete fare altro”.

Il collega poi davvero non esagera nell’irridere ai mille impegni assunti in piani programmatici scritti sulla sabbia e cancellati dal più impercettibile “stormir” di fronde.

La seconda parte dell’articolo, la parte opinabile e negativa, non è altro e non riesce ad essere altro che una requisitoria contro il Paese, responsabile “dello spettacolo a cui stiamo assistendo oggi”.

All’autore sfugge un aspetto dal peso formidabile, trascurato e sottaciuto: la pessima, sconfortante qualità del sistema elettorale, complicato e costruito attraverso meccanismi ipocriti di pseudodemocrazia.

Addossare alla società negli ultimi due decenni la colpa dell’inaridimento e della caduta dei valori, l’abbassamento (direi l’imbarbarimento) dei costumi e l’affossamento, provocato dal cronico dilettantismo, dal conformismo e dal servilismo, della cultura e dei costumi, significa dimenticare la vetustà delle carenze, gli sbandamenti e la perniciosità ideologica dei partiti egemoni (DC e PCI) dal dopoguerra in avanti.

Addebitare, ad esempio, all’uomo della strada il costo stratosferico delle opere pubbliche, la corruzione “vastissima e capillare”, significa esonerare dalle responsabilità i governanti di tutti i colori eccettuata la Destra autentica, i programmi elaborati, le loro strutture centrali e periferiche, i loro apparati elefantiaci e ramificati fin nei consigli di amministrazione degli asili nido.

Nella campagna elettorale non si rilevano impegni riguardanti la moralizzazione della vita pubblica e le riforme scolastiche incisive e determinate. Nessuno ha perduto tempo con indicazioni decise e mirate sulla risistemazione e rivitalizzazione in campo culturale, in cui spadroneggiano, indisturbate, le sette della sinistra anche becera e postsessantottina.

La sola Meloni, cui vanno addebitate designazioni elettorali in diverse occasioni scadenti, ha voluto e saputo parlare con cognizione della famiglia e dei giovani.

Galli della Loggia, nelle righe conclusive, rassegnato, ritiene essere “una sparuta minoranza ( e i politici lo sanno!) gli italiani che vogliono veramente un Paese diverso”.

Lungi dall’assolutizzare e dall’enfatizzare la scelta, forse estranei ai giochi, per scelta e per rifiuto del metodo e della mentalità imperante e dilagante, ora che i persino i grillini, o come diavolo si chiamano, sembrano cedere al canto ammaliatore dell’inciucio, non possono essere reputati gli astensionisti?

Caso assolutamente incredibile ed impensabile ma ha avuto ragione Cazzullo, l’altro giorno, nell’esortare ad ascoltarne ragioni e motivazioni.