La geografia e la storia hanno disegnato l’Italia come sede naturale di uno Stato federale. Infatti, se l’arco alpino, che recinge la parte continentale, ed il mare, che avvolge quella peninsulare, ne marcano nettamente l’unità territoriale; la dorsale appenninica, le catene trasversali, l’estensione longitudinale, che ne scandiscono la successione di valli, pianure e climi diversi, ne sottolineano la molteplicità e varietà ambientale.

Così la storia, pur conferendo nei secoli fondamenti comuni di lingua, religione e cultura ai suoi abitanti, non ha affievolito la peculiarità dei suoi dialetti, dei riti e dei costumi che hanno differenziato fra loro una pluralità di comunità con specifiche e distinte caratteristiche, vocazioni, attitudini, identità. Fin dall’inizio, il processo d’interazione delle genti dell’antica Ausonia si sviluppò mediante “foedera”, patti, associazioni; dagli Etruschi ai Romani, i periodi di maggior rigoglio civile, economico e politico videro l’Italia strutturata come una “federazione di città “. E proprio dalla rinascita delle città fu progressivamente rimossa la pesante coltre d’immobilismo medievale, che aveva soffocato le libertà civili, spento l’estro culturale ed artistico, bloccato il fervore economico delle nostre genti. La pullulazione dei Comuni, il loro coordinarsi in leghe, la loro successiva strutturazione in Signorie, segnano le tappe della resurrezione italiana in una con l’emancipazione dallo straniero. È il tempo dell’Umanesimo e del Rinascimento, del primato culturale ed artistico, mercantile e finanziario delle città italiane in Europa e nel mondo allora conosciuto; un tempo che declina con il ritorno del dominio straniero e la conseguente instaurazione di un ordine politico e amministrativo ed un’articolazione territoriale funzionali ai conquistatori, non certamente ai conquistati.
La comune esigenza dei ceti evoluti delle diverse regioni d’Italia di liberarsi dei rispettivi sistemi di governo, tutti artificiosi, importati ed imposto dall’esterno, fu insieme la condizione e l’occasione per la riuscita del progetto d’indipendenza e unità nazionale. Progetto, però, ancipite già nell’ideazione ed elaborazione, visto dagli uni nell’ottica autonomistica e federalistica, dagli altri in quella centralistica ed accentratrice. Si può discutere, se il prevalere della prima nel corso del Risorgimento sia ascrivibile al merito degli uomini oppure al contesto interno ed europeo; se sia stato il genio di Cavour o la maggior forza del Regno Sabaudo ad emarginare la tesi di Cattaneo e, per un lungo momento, dello stesso Garibaldi. Si può supporre che il centralismo mazziniano abbia paradossalmente giovato al disegno monarchico. Tutto ciò non toglie che il modello burocratico-militare esportato dai Savoia nel Regno d’Italia certamente non era il più coerente con la nostra storia, ne’ il più adatto al carattere degli italiani, ne’ il più provvido all’attuazione dei valori di libertà, di progresso e giustizia sociale.
Della storia, abbiamo detto. Quanto al carattere, quello degli italiani inclina fortemente all’individualismo: che significa, anche in politica, prevalente, se non esclusiva attenzione alle esigenze immediate proprie, della famiglia, tutt’al più del Comune, “ossia l’azienda unità di centinaia di famiglie”; “Poi chiudono gli occhi”, seguitava Cattaneo, “per tutti gli altri inter-modi e recapiti dell’umana società “. In specie per quelli più remoti, per lontananza od estrazione, come l’interesse dello Stato, l’imparzialità della Pubblica Amministrazione, l’impersonalità della legge.

Che ciò sia la causa o l’effetto del l’esercizio del potere nella storia dell’Italia unita, non è il caso di esaminare qui. Salvo osservare che, se nel nostro retaggio c’è il “particularismo ” del Guicciardini, c’è anche  l ‘ “idealismo” di Machiavelli; e che in ogni popolo, come in ogni individuo, coesistono virtualità contraddittorie e contrapposte, tra le quali la prevalenza o soccombenza è condizionata dall’esperienza non meno che dall’inclinazione. E l’esperienza attesta che i nostri uomini politici “concepiscono” il potere non solo come privilegio, ma come patronato di clienti. Da tale personalizzazione del potere discendono il moltiplicarsi nel Paese di relazioni clientelari e il dilagare del fenomeno mafioso: la mafia, la camorra, la drangheta , ecc… costituiscono la suprema manifestazione istituzionale del rapporto patrono-seguace, (G. Miglio- Costituzione per i prossimi trent’anni), con il risultato di ribaltare il rapporto fra governanti e governati, postulato e predicato dalle dottrine democratiche, secondo cui la sovranità popolare è il presupposto essenziale della libertà, del progresso e della giustizia sociale.

“Il popolo per conservare la libertà deve tenervi sopra le mani”, annota Machiavelli; “ora, per tenervi sopra le mani, ogni popolo deve tenersi in casa la sua libertà “, ribadisce Cattaneo. Cioè non deve alienare la sovranità, il potere, neppure mediante una delega volontaria, un voto cosiddetto libero, che in effetti ” lo libera”, espropriandolo, sia del potere sia della libertà. Ciò che puntualmente avviene nei sistemi parlamentari assoluti, nei quali il Parlamento è assunto ” come il depositario della sovranità”, come il potere al quale ogni altra autorità prevista dalla Costituzione debba essere subordinata: “come l’esatto equivalente del monarca assoluto nello Stato di antico regime.” Parlamento a sua volta espropriato, visibilmente in Italia, dai partiti, che sono i diretti destinatari dei voti- deleghe dei cittadini e quindi i detentori effettivi della sovranità. Di una sovranità effettuale e non formale, sottratta pertanto a qualsivoglia regola, irresponsabile e pertanto debordata e degenerata in una autentica tirannia dei segretari di partito. Una tirannia di fatto che, grazie alla presunzione di legittimità democratica, evinta dal consenso elettorale, tende ad occupare l’area della vita individuale e sociale del cittadino, dalla culla alla bara. Un totalitarismo onnivoro, che nulla risparmia, dal comitato di quartiere al governo, dalla sanità agli enti e alle imprese pubblici, dalla scuola alla Rai-TV, dai servizi di sicurezza alla magistratura. E degrada i cittadini a molto meno che sudditi, quali erano negli Stati dinastici, li riduce a clienti-dipendenti, a sostenitori-mantenuti.

Per ritornare liberi, per essere cittadini a pieno titolo, per emanciparsi dalla soggezione ai partiti, bisogna riappropriarsi della sovranità e mantenerne l’esercizio. Ciò è possibile mediante l’autonomia e l’autogoverno delle comunità omogenee e delle categorie funzionali: dalle comunità identificate da peculiari e specifiche caratteristiche geopolitiche, socioeconomiche e culturali, quali sono i Comuni e i tre grandi comprensori interregionali del Nord, del Centro e del Sud ; e dalle categorie funzionali, quali i sindacati, gli ordini professionali, le associazioni imprenditoriali, le istituzioni fondamentali della Pubblica Amministrazione, Magistratura, Forze dell’ordine, Forze Armate. Non si tratta di attentare all’unita’ politica ed all’integrità della Nazione. Si tratta di restituire lo Stato ai suoi compiti essenziali, difesa, legalità, giustizia, solidarietà, rapporti internazionali. Si tratta di tradurre in concreto la separazione dei poteri per prevenire l’abuso di potere, l’istinto sopraffattore delle maggioranze e garantire ai cittadini di giocare uno contro gli altri a vantaggio della propria libertà. Queste sono state le motivazioni ispiratrici della “Convenzione federale” di Filadelfia del 1787 per gli Stati Uniti; dei quali sembra difficile negare la salda unità nazionale, la democraticità e l’efficienza.
L’unità della Repubblica Italiana ed il sentimento nazionale sono oggi profondamente incrinati da una doppia conflittualità: quella fra società civile e sistema politico, autonomie locali e regionali comprese; e quella tra Settentrione e Meridione d’Italia. Ambedue tangibilmente percepibili nel discredito generalizzato della classe politica e dei pubblici amministratori presso tutti gli strati sociali e nelle plateali animosità. Talora intonate a razzismo, ricorrente ente esplodenti negli stadi e nelle piazze. La gente avverte la caduta di tensioni etiche ed ideali di tutte le forze politiche; intuisce, ben oltre gli scandali emergenti, la venalità e la voracità del sistema; conosce la complicità fra maggioranza e opposizione, fra centro e periferia dei partiti e delle istituzioni; sa che regioni, province e comuni non sono la rappresentazione delle aspettative e degli interessi della basa, bensì terminali delle lobby e delle bande centrali. Per questo vota sempre meno e, quando vota, vota per esclusione o collusione, quasi mai per convinzione.

La gente del Nord, inoltre, scambiando l’effetto per la causa, carica sulla presunta inclinazione parassitaria dei meridionali i crescenti, gravosi, intollerabili oneri fiscali, che sprechi e criminalità al Sud comportano per tutti. La gente del Sud, con simmetrico equivoco, attribuisce al cinico sfruttamento dei settentrionali l’arretratezza e la marginalità del Mezzogiorno. In questo dualismo fondano le residue speranze di sopravvivenza gli uomini del sistema politico del Nord, del Centro e del Sud. Sono loro, infatti, attraverso il centralismo burocratico e partitocratico, da gran tempo sovrapposto alle strutture statali e parastatali, a dissanguare l’Italia che produce, per arricchire se stessi e i rispettivi “cerchi magici” e clientele.
Urge promuovere l’alternativa vincente del federalismo e determinare un’autentica revisione costituzionale in un quadro federale.