Parafrasando Beppe Fenoglio si potrebbe dire che di commenti al referendum lombardo-veneto ce n’è per cento carnevali. Se la consultazione di domenica scorsa è riuscita a scatenare la fantasia di molti opinionisti di vario genere, sbizzarritisi in commenti fantasiosi e superficiali, non altrettanto, purtroppo, si può dire per analisi serie e misurate, che non si contano nemmeno sulle dita di una mano.

Si viaggia tra l’ironia un po’ sciocca della nota giornalista renziana che si chiede a quando il referendum per l’autonomia di Roma Nord da Roma Sud, e quella (involontaria) del finanziere rampante Davide Serra, secondo il quale la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca avrebbero perso 12 miliardi “tutti italiani” perchè venete e dotate di “piena autonomia”.

Considerazione alquanto bizzarra per un fiancheggiatore del gruppo di potere pesantemente coinvolto nei maleodoranti disastri del Monte dei Paschi e di Banca Etruria, oltretutto piuttosto distratto visto che gli è sfuggita la rumorosa sparata del suo amicone fiorentino contro il governatore della Banca d’Italia.

Non mancano, ovviamente, sproloqui sulla presunta valenza secessionista e/o separatista dei referendum, adeguatamente conditi da impossibili paragoni con la vicenda catalana che qui c’entra meno dei cavoli a merenda.

Argomento sposato non solo da vetero leghisti di osservanza bossiana nei loro discorsi da osteria, ma anche da molti commentatori politicamente corretti e persino dal ministro, nonché caporione del PD, Maurizio Martina secondo il quale “ci si avvia verso una versione quasi secessionista. C’è bisogno di tutto fuorché di una deriva catalana”. Non si è accorto che l’Emilia Romagna, da sempre saldamente in mano al suo partito, ha già inoltrato al governo richieste analoghe a quelle di Lombardia e Veneto e che una fetta rilevante del suo partito in Lombardia si è apertamente schierata per il SI.

Non che a destra vada molto meglio: da queste parti abbiamo assistito ad una esibizione di inutile retorica patriottarda, ad una valanga di invocazioni all’unità nazionale, di maledizioni e proclami anti-secessione, di disquisizioni nazionaliste contro la disgregazione dell’Italia unita fino alla riscoperta della vecchia posizione anti regionalista del MSI, come se i problemi ed il mondo fossero gli stessi di quasi 50 anni fa.

A quanto pare l’analisi (se vogliamo chiamarla così) corrente da una parte e dall’altra non riesce ad andare molto oltre la contestazione del vecchio folklore delle ampolle e della Padania libera. Pochi sembrano avere percepito che il vero problema non coinvolge affatto l’unità nazionale, né ipotetiche spinte egoistiche e separatiste della popolazione lombardo-veneta e neppure l’organizzazione dello stato, che avrebbe sicuramente bisogno di cambiamenti profondi ma a prescindere dal risultato dei referendum regionali.

Al di là della retorica e della propaganda la questione è tutto sommato abbastanza semplice; non riguarda i massimi sistemi ma un banale problema di organizzazione e gestione delle risorse disponibili.

La chiave è il cosiddetto residuo fiscale, cioè la differenza tra quanto le Regioni italiane versano sotto forma di tributi allo Stato centrale e quanto ricevono da questo in termini di servizi e investimenti. Al di là della complessità dei metodi di calcolo e dell’opinabilità delle cifre, un dato è certo: alcune regioni ricevono da Roma molto meno di quanto versano e, guarda caso, le regioni con lo squilibrio maggiore sono proprio le tre che chiedono più autonomia nell’impiego delle risorse fiscali generate dal proprio territorio.

In testa (dati Eupolis riferiti al 2016) c’è la Lombardia con un abnorme saldo negativo di circa 54 miliardi, seguono l’Emilia Romagna con 18,8 miliardi, il Veneto con 15,4 miliardi e via via quasi tutte le regioni del Nord, con la significativa eccezione, a proposito di autonomie mal concepite, della provincia autonoma di Trento. Anche nel calcolo pro capite la Lombardia è prima con 5.217 euro per abitante, che diventano 4.239 euro in Emilia Romagna e 3.141 euro per i Veneti. La richiesta dei cittadini di queste regioni, guardando la luna del problema e non il dito degli slogan, è chiara: poter gestire in proprio una parte (quale e quanta è ovviamente tutto da vedere) delle risorse economiche da esse stesse generate.

Parliamo di tre regioni che da sole rappresentano il 40% del PIL nazionale e che di queste risorse avrebbero bisogno non per soddisfare il presunto “l’egoismo” dei loro abitanti ma per finanziare infrastrutture, sostenere la competitività delle imprese, agevolare il proprio sistema produttivo, migliorare l’assistenza sanitaria, ecc. ecc. a fronte di uno stato centrale che, operando attraverso burocrazie e procedure barocche e farraginose, in gran parte ripartisce ancora la spesa pubblica territoriale con il folle sistema dei costi storici (vecchio cavallo di battaglia clientelare della prima Repubblica mai veramente messo in discussione nella seconda) che premia assurdamente sprechi e negligenze penalizzando produttività ed efficienza.

Un problema che è solo una parte del tutto costituito da quello, più ampio e di valenza anche politica, del ripensamento della struttura complessiva dello stato e del federalismo come possibile soluzione. Come hanno efficacemente chiarito su queste pagine Marco Valle, Andrea Tremaglia, Raffaele Zanon  e Mario Bozzi Sentieri, quest’ultima resta una questione essenziale con la quale una destra moderna che abbia realmente a cuore l’interesse nazionale dovrebbe confrontarsi e che potrebbe costituire per la stessa un’interessante opportunità politica.

Purtroppo non sembra che la destra politica, o quello che ne rimane, sia in grado di rendersene conto e di agire di conseguenza. Anzi, dalle reazioni sollevate dai referendum lombardo-veneti viene da chiedersi se non esista una vera e propria questione settentrionale anche all’interno della destra.

Giorgia Meloni nel suo inopportuno intervento di qualche giorno fa, al quale forse non sono estranei interessi contingenti vista la sovrapposizione con la campagna elettorale in Sicilia, ha sostanzialmente sconfessato la posizione favorevole al SI dei quadri lombardi e veneti del suo partito. Posizione peraltro ben nota, adottata in tempi non sospetti e comunque già esistente all’epoca di AN.

Che abbia poi lasciato libertà di voto senza assumere una posizione apertamente contraria (o favorevole) non diminuisce le conseguenze della sua scelta. Resta il fatto che su di una questione di fondamentale importanza FDI non risulta in grado di prendere una posizione ufficiale chiara e netta preferendo un atteggiamento tutto sommato ambiguo e reticente.

Non migliora certo il quadro diluire la questione specifica nel mare di futuribili ed astratte riforme dello stato. Dire che la questione va affrontata nel quadro di una riforma presidenzialista ed eventualmente federalista dell’ordinamento statale è sicuramente corretto in linea di principio ma totalmente inutile sul piano concreto.

Come si è chiarito più sopra lo stato andrebbe effettivamente riformato, ma questo non significa non dover affrontare in tempi brevi il problema, infinitamente più semplice e limitato, della ridistribuzione delle risorse fiscali. Agganciare l’uno all’altro significa soltanto rinviare sine die risposte concrete a problemi concreti.

Ancora più discutibile è la posizione di Fabio Rampelli, il quale ritiene che “la ridefinizione di queste competenze non si possa fare in maniera unilaterale da parte di una o due regioni, quindi – ha chiarito Rampelli – ci vuole una spinta che venga gestita da parte dello Stato, d’accordo con le regioni, che non intervenga sul residuo fiscale perché altrimenti salta il banco e salta l’Italia”.

A parte il fatto che il voto referendario non implica affatto una “ridefinizione unilaterale” delle competenze da parte delle regioni (le procedure sono chiaramente delineate dalla Costituzione), colpisce negativamente la totale ed aprioristica chiusura sulla questione della ridistribuzione del residuo fiscale, che è poi la vera materia del contendere. O anche, in altre parole, la chiusura nei confronti delle legittime istanze di territori e cittadini che rappresentano l’architrave dell’economia nazionale.

Per quanto detto sopra il sistema attuale è tutt’altro che logico e difendibile; negare per partito preso e con un espediente retorico qualsiasi discussione in merito significa solo incancrenire i problemi anziché cercare di risolverli nell’ottica prevalente dell’interesse nazionale. Sono i rifiuti preconcetti ad alimentare le spinte disgregatrici e non il contrario ed è da questi che nascono possibili pericoli per la coesione nazionale. Detto questo occorrerebbe valutare eventuali conseguenze politiche di una simile posizione.

Chiamarsi fuori dalla questione settentrionale, o peggio mettersi di traverso, significa lasciare nelle mani della Lega o di altre forme di protesta potenzialmente anti nazionali e non controllabili una questione di fondamentale importanza per quasi 20 milioni di cittadini.

Una questione trasversale nella quale l’appartenenza ideologica o di partito, per quello che oramai conta, non ha molta rilevanza.  Significa, quindi, relegare su posizioni retrograde e di sostanziale irrilevanza una destra politica settentrionale già in seria difficoltà (salvo qualche lodevolissima eccezione) per demeriti propri e strategie altrui.

Sarebbe l’ennesima occasione persa che impedirebbe alla destra di incidere sui processi di rinnovamento ed evoluzione della parte economicamente più moderna e dinamica del paese. Ovviamente alla base di scelte del genere possono anche esserci buoni motivi, magari contingenti, ma che in questo caso l’uovo oggi sia peggio della gallina domani è, tutto sommato, facilmente prevedibile.