Due editoriali, apparsi sul “Corriere della Sera”, esaminati con leggero ritardo, vanno giudicati nella maniera più rigorosamente antitetica. Il primo, ottimo, di Sabino Cassese, reca il titolo “Il “no” al prolungamento, l’eccezione non è la regola” e riguarda l’ennesimo tentativo, pur ridimensionato nei tempi, dello stato di emergenza , attraverso i mai abbastanza sufficientemente criticati DPCM, insostenibili ed inaccettabili.
Cassesse rammenta che per ricorrere ad uno strumento antidemocratico, occorre che la situazione sia attuale e non potenziale. L’ex giudice della Consulta ripercorre i passi normativi logici e segnala a Conte che “nell’ordinamento vi sono strumenti che consentono di provvedere celermente , senza creare di nuovo uno stato di eccezione che giustifica tutto […]. E’ buona norma che, se vi sono strumenti meno invasivi, si ricorra ad essi, prima di utilizzare quelli più drastici”. La lezione di diritto costituzionale prosegue, facendo scoprire i rudimenti, l’abc dell’ordinamento, entrato in vigore il 1° gennaio 1948, allo “statista” della Capitanata, cioè che “buon motivo per non abusare dell’emergenza è quello di evitare l’accentramento di tutte le decisioni a Palazzo Chigi. E questo non solo perché finora si sono già concentrati troppi poteri nella Presidenza del consiglio dei ministri, o perché in ogni sistema politico una confluenza eccessiva di funzioni in un organo è pericolosa, ma anche e principalmente perché l’accentramento crea colli di bottiglia e rallenta i processi di decisione”.
Chiudendo il giurista campano con forza rammenta che i mezzi eccezionali “possono produrre conseguenze negative non solo per la società e per l’economia, creando tensioni nella prima e bloccando la seconda, ma anche per l’equilibrio dei poteri , mettendo tra le quinte (ancor di più di quanto non accada oggi) il Parlamento [sacrosanto ma tardivo l’intervento della presidente del Senato] e oscurando il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale , al cui controllo sono sottratti gli atti dettati dall’emergenza”.
Netta ed esplicita è la segnalazione della mortificazione subita dal Parlamento, incapace nei partiti dell’opposizione di centro – destra di assumere atteggiamenti gravi,ed eclatanti ma del tutto giustificati, quali l’occupazione delle aule assembleari.

Il secondo editoriale, invece, “ I rapporti con l’Egitto. Giulio Regeni, un Paese ha il dovere della memoria”, sottoscritto come “responsabile” da Ernesto Galli della Loggia, merita la più pesante riprovazione. Dopo una inutile premessa, moraleggiante e banale, l’ex cattedratico presso l’ateneo perugino si dilunga sul caso di Giulio Regeni, il dottorando nell’Università di Cambridge, “incautamente mandato a svolgere un’inchiesta sul sindacalismo in uno Stato ferocemente dittatoriale come l’Egitto”. Sorgono spontanee e naturali alcune domande: Galli avrebbe usato questi aggettivi per la Cina, la Corea del Nord, il Venezuela e “compagnia cantando”, queste nazioni aperte avrebbero consentito al giovane virgulto nostrano queste indagini?
Inanella poi l’editorialista una serie di motivazioni sulla forzata passività dell’Italia, dovuta al fatto che il nostro paese “ha ben poche armi di pressione nei governi del governo egiziano e che anzi esiste una importante ragion di Stato (l’ Eni), che invita ad evitare una rottura con l’Egitto. Né in questo momento [grazie ai due esecutivi Conte] l’Italia dispone sulla scena internazionale di alleati potenti e volenterosi che possano darle una mano decisiva con il Cairo”.
Dopo essersi rammentato della “ragion di Stato (una ragione che torna a vantaggio di tutti noi”, l’ex cattedratico perde letteralmente le reali dimensioni del fatto, addossandone all’intera collettività “la responsabilità”.Caldeggia quindi una proposta individuale, ci auguriamo del tutto isolata, che cozza in modo abissale con la logica ed il buon senso, quello di intitolare una via o una piazza di tutti i comuni della Penisola allo spericolato giovanotto friulano.
Galli della Loggia, prima di partorire una tale incredibile e insostenibile proposta, ha verificato se in tutti i centri (metropoli, città e paesi) d’Italia esistono luoghi consacrati a tutti i caduti per lo Stato? Appena due nomi, qualificanti e limpidi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.