Com’è noto, nel conflitto libanese del 2006 lo Tsahal subì un durò colpo al proprio prestigio in quanto, pur operando in terreno aperto, non riuscì a superare, se non che al prezzo di gravi perdite, una serie di sistemi e canalizzazioni difensivi, per cui – per dirla con Carl von Clausewitz – la sua offensiva “si esaurì progredendo”.
A Gaza, lo scenario tattico è radicalmente diverso, in quanto siamo nel pieno di un conflitto urbano, ma il rapporto costi/benefici è decisamente negativo, per l’esercito israeliano. I morti hanno infatti già superato le 30 unità e – se si può accettare una distinzione così sgradevole – non sono “morti qualunque”, ma soldati di unità scelte, cui tocca l’oneroso compito del combattimento di fanteria. E quest’ultimo è uguale da che mondo e mondo, e non premia in genere il combattente più sofisticato e tecnologicamente avanzato, ma il più rustico, il più primordiale, il più vicino ai valori guerrieri primigenii.
Un Paese come Israele non può permettersi conflitti del genere, semplicemente perché non ha la base demografica per poterli sostenere. Non sorprende dunque che intorno a Gaza sia stato stretto un “cordone sanitario”, siano stati sbarrati tutti gli accessi. Ma poi? Entrare con la fanteria in quel dedalo di costruzioni e di tunnel non è destinato a costare 30 morti, ma ben più di 300, mentre continuare con i bombardamenti contro la popolazione civile è un “disastro mediatico” che non può durare a tempo indeterminato.
Esattamente come nel 2006, dunque, Israele è militarmente bloccata e politicamente in difficoltà. Non può sopportare centinaia di caduti tra le file del suo esercito, ma non può nemmeno bombardare la popolazione civile a infinito. In verità, non può neppure fermarsi o tornare indietro a cuor leggero, poiché sarebbe una sconfitta tattica e strategica di grande portata, oltre che psicologica.
Il vero danno, l’usura di lungo periodo è però un altro: i principi tattici del 2006 non sono tramontati a otto anni di distanza, anzi gli Hezbollah e chi per loro sono riusciti ad insegnarli anche ad Hamas, che in passato aveva dato prova di essere un’organizzazione assai più fragile sotto il profilo tecnico-militare.
Lo Stato ebraico vive oggi un’impasse tattica e strategica che sarebbe anche un disastro mediatico di grande portata se esso non godesse del sostegno della maggioranza dei media occidentali. Tuttavia, una cosa è già oggi chiarissima: i conflitti “a zero morti” (propri, perché su quelli altrui la mano è più pesante…) sono per Israele un lontano ricordo. I prossimi – che non mancheranno – dovranno cercare soluzioni molto diverse, dal “fosforo bianco” usato dagli americani nella seconda battaglia di Falluja (novembre-dicembre 2004) agli impieghi tattici delle “armi scalari”. E non saranno soluzioni facilissime da giustificare agli occhi del mondo.