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L’uomo che ha squarciato il “Muro di gomma” – dal titolo del film realizzato da Marco Risi grazie alle sue inchieste giornalistiche – sulla strage di Ustica parla chiaro: Giulio Regeni è stato arrestato al Cairo assieme ad altri 40 oppositori e torturato a morte per due giorni all’oscuro di al-Sisi.

Andrea Purgatori non è un giornalista comune, ma uno dei massimi esperti di intelligence e di grandi inchieste, si muove da anni in quella terra d’ombre frequentata dai servizi segreti di mezzo globo ed è un profondo conoscitore del mondo arabo dove ha seguito, da reporter, la guerra in Libano del 1982, il conflitto tra Iran e Iraq degli anni Ottanta, la guerra del Golfo del 1991 e le rivolte in Tunisia e Algeria. E sull’omicidio del dottorando di Cambridge è sicuro: i vertici politici egiziani sono innocenti.

Purgatori, secondo lei, quindi, l’Egitto ha mentito sin dall’inizio? «Una cosa, ormai, mi pare ovvia e confermata da più fonti: Regeni è stato arrestato, la sera del 25 gennaio in un punto ancora non precisato del Cairo, assieme ad altre 40 persone che si preparavano a manifestare in piazza Tharir in occasione del quinto anniversario della caduta di Mubarak. Dopo il fermo è stato trasportato in una sede, se così possiamo chiamarla, della polizia politica o del Mukhabarat».

Il Mukhabarat? Cioè i servizi segreti diventati tristemente famosi all’epoca di Mubarak per i rapimenti e le uccisioni degli oppositori politici? «Sì, esattamente quella che, semplicemente, è l’intelligence egiziana. L’Egitto è stato costruito da decenni, ormai, come un vero e proprio stato di polizia e il Mukhabarat rappresenta uno degli apparati di sicurezza che spesso, in quel Paese, intrecciano o si rimbalzano le attività di repressione. Nel passaggio da Mubarak ai Fratelli Musulmani e poi ad al-Sisi sono cambiati i responsabili, oltre ovviamente agli indirizzi di stampo politico, ma non le strutture e le modalità d’azione. In Egitto si continua a dare la caccia agli oppositori politici e lo si fa in maniera brutale e spietata».

Regeni sarebbe stato giudicato un oppositore politico? «Sicuramente come una persona ben informata. Non dimentichiamoci che è stato arrestato assieme ad altre decine di persone e in più parlava arabo. Un particolare che, paradossalmente, potrebbe aver aggravato la sua posizione. Non soltanto perchè chi lo aveva in consegna può averlo scambiato per una spia, ma anche perchè il fatto che capisse quello che dicevano i suoi aguzzini può aver fatto sì che fosse ritenuto in grado di rispondere alle domande dei carcerieri e quindi di fornire nomi e informazioni sulle altre persone che si trovavano assieme a lui».

Una delle domande ancora senza risposta è quella dell’ora dell’uccisione dello studente… «Da quello che sono stato in grado di scoprire Regeni non è morto il 25 gennaio. È rimasto nelle mani dei suoi torturatori per un giorno e mezzo, forse due. Un periodo in cui ha subito torture di ogni tipo. Dal Cairo parlano di 31 fratture in tutto il corpo, bruciature di sigarette, un orecchio mozzato e certamente uno o più colpi alla testa che hanno causato emorragie e lesioni fatali. Se non fosse stato per l’Ambasciata, inoltre, dubito fortemente che il corpo sarebbe stato mai ritrovato».

Può spiegarsi meglio? «L’allarme lanciato dai nostri rappresentanti diplomatici ha cambiato le carte in tavola perchè, di fatto, ha portato il caso all’attenzione di al-Sisi, prima completamente all’oscuro della vicenda».

Vuole dire che il presidente non sapeva niente? «Sì, il delitto è avvenuto senza che i vertici politico-militari egiziani ne fossero a conoscenza. Mi sembra una considerazione ovvia tenuto conto degli ottimi rapporti tra il Cairo e Roma. Nessuno, tra le alte sfere vicine ad al-Sisi, avrebbe mai autorizzato un trattamento simile a un occidentale. Figuriamoci, poi, a un cittadino di quell’Italia che rappresenta uno dei partner economici principali dell’Egitto con l’Eni, tanto per citare un’azienda, vicina alla firma di un contratto del valore di 7 miliardi di dollari. Capisco che sia difficile accettare una verità come questa, ma dobbiamo parlarne se vogliamo davvero capire cosa è successo a Regeni».

Ma allora chi lo ha torturato? «Le ipotesi, in questo caso, sono due. O la situazione è sfuggita al controllo sino a ucciderlo, oppure Regeni è finito nelle mani di qualcuno che vuole screditare al-Sisi. Una trappola politica, cioè, organizzata da pezzi degli apparati di polizia o dei servizi segreti legati all’opposizione dei Fratelli Musulmani per sabotare le relazioni con l’Italia e soprattutto il ruolo del nostro Paese
nel negoziato tra Tripoli e Tobruk. Se fosse stato sotto il controllo di apparati fedeli al presidente, gli aguzzini avrebbero quantomeno chiesto istruzioni ai loro superiori che non avrebbero autorizzato l’uccisione di un cittadino di uno Paese amico».

 

Il Piccolo, 7 febbraio 2016