A distanza di metà anno dall’uscita di “SANBABILINI – LETTURE, STORIE E RICORDI” abbiamo incontrato l’autore Pierluigi Arcidiacono che, con l’estate, riprende la ricerca storica e la scrittura di due nuovi volumi ancora sugli Anni Settanta e che usciranno sempre con Edizioni Settimo Sigillo.

Sembra passato un secolo da quando è uscito il suo libro sui ragazzi fascisti di piazza San Babila negli Anni Settanta, eppure era solo lo scorso dicembre. Come sta andando?

Il libro è andato bene (intendo come vendite), credo che con l’estate la prima tiratura sarà esaurita. Mi hanno un pochino fregato le consultazioni elettorali; gli interessi si sono spostati velocemente, ma per fortuna ci sono state… In ogni caso, ciò che mi ha davvero stupito è l’innumerevole serie di contatti per saperne di più, o per raccontarmi nuove storie o correggere alcune inesattezze. Non solo, ma sono stato contattato anche da persone che ai tempi stavano dall’altra parte.

Lei è uscito con un libro che qualcuno potrebbe definire “fascista” proprio in un momento in cui l’antifascismo sembrava riprendere una certa vitalità, specialmente in Parlamento.

Credo che l’antifascismo è morto. Questione di ore… Io, in ogni caso, non considero il mio un libro “politico”, ma storico e specialmente sociologico. Ho cercato di analizzare, di cercare di capire. Ho passato ore con Tomaso Staiti delle Cuddie a parlare dei singoli episodi e a cercare di intuirne le motivazioni. Non ho “buttato” giù pagine per parlare bene degli amici e male degli avversari… Certo, i commenti e le mie osservazioni possono essere considerati “di parte”, revisionisti, ma questo è dovuto specialmente alla troppa faziosità delle cronache dell’epoca e alla conseguente Storia scritta male. Davvero, è sufficiente andare a rileggere alcuni articoli scritti allora (anche senza confutarli), per capire come tutto fosse manipolato. Io nel libro ne cito uno (a firma Massimo Fini), una intervista del 1976: irreale e surreale, improbabile, certamente inventata, che non trovava e non trova riscontro in nulla di quanto si vivesse allora.

Qual è la cosa che l’ha colpita di più durante la preparazione del libro?

Quando il giudice Guido Salvini mi ha messo a disposizione una parte dei documenti sequestrati un viale Bligny a Milano nel 1985, con più di 10.000 schedature. Mi veniva da piangere. A volte rileggevo lo stesso documento due o tre volte e non potevo credere che un compagno di classe, un amico potesse predisporre certe relazioni su un proprio amico o anche solo su conoscente. Schedavano le fidanzate, gli amici, gli amici degli amici… Si schedavano anche tra di loro, magari perché un loro “compagno” aveva l’eskimo troppo nuovo. Poi ci sono altre cose. A volte si leggono documenti che non ti lasciano dormire in pace; anche solo per la crudezza delle descrizioni.

Lei si considera onesto intellettualmente?

Spero di no… Però, quando ho iniziato a scrivere questo libro ero assolutamente più coinvolto (emotivamente). Avevo vissuto direttamente il fenomeno di San Babila da adolescente – ci andai per la prima volta e la frequentai tra i quattordici e i sedici anni (1975-1977). Poi, proseguendo nella ricerca storica e nella scrittura, per mia fortuna, seguii i consigli di alcuni amici che mi “disincantarono” un po’: Guido Giraudo, Marco Valle, Rainaldo Graziani… Revisionai, revisionai, tagliai alcune parti e poi ancora… In generale, però, non commetto mai, o meglio cerco di non farlo, l’errore di dividere (come diceva Giovannino Guareschi) i “pidocchi buoni” dai “pidocchi cattivi”; una persona può avere la mia massima stima anche se non approvo certe scelte o certi errori da questa commessi. Ho fatto parte dei Carabinieri e ho una grande attenzione nei confronti dei detenuti, anche nei confronti di coloro che hanno commesso gravi atti. Nelle mie pagine si racconta di ragazzini che crescono in un ambiente e in un periodo difficilissimo da capire come la fine degli Anni Sessanta e tutti gli Anni Settanta. La violenza era all’ordine del giorno, i “fascisti” a Milano erano poche centinaia contro migliaia e migliaia di attivisti comunisti (armati, impropriamente, ma armati…); la considerazione da parte dell’opinione pubblica era tremendamente faziosa e offuscata. La Stampa perfidamente partigiana. Una certa “repressione”, specialmente della Magistratura, rovinò la vita a giovani che non avevano ancora la barba. Molti di loro furono esasperati: fuori e dentro dalla prigione. Dalla prigione come era allora. Lo stesso giudice Salvini, che mi ha molto aiutato (a pensare, a riflettere, ad analizzare) è più che determinato nel dichiarare che a quei tempi la disparità di trattamento riservata a giovani di Sinistra e giovani di Destra era altissima.

I suoi prossimi progetti?

Periodo florido. Sto chiudendo differenti testi, tra cui un romanzo e me la faccio sotto. Sugli argomenti di cui abbiamo parlato sto scrivendo “SANBABILINI – NUOVE STORIE, ALTRI RICORDI” che sarà un testo più semplice: solo di interviste e racconti di quanti vi aderiranno tra quelli che ho conosciuto in questi mesi (durante le presentazioni). Quindi, sarà un testo molto vicino alla seconda parte del libro uscito a dicembre 2017. Anche il numero di pagine sarà più “snello”. Ho già un elenco di una quindicina di; ma come avvenuto per Flaminia e Richard nel primo libro, se qualcuno ha qualcosa da dire di interessante lo ascolterò volentieri. Il testo, però, sul quale sono più impegnato è un libro su “Puttino”, Pierluigi Pagliai. La sua storia non mi va giù, ci penso ogni giorno a come sia morto. La famiglia mi sta aiutando, ma avrò bisogno di chiunque abbia anche il più piccolo ricordo. Purtroppo so che alla verità non arriverò mai… Una domanda che mi pongo sempre è come possa essere possibile che persone che sono state uccise come lui, poi, non rientrino nelle pagine di Storia. Un’altra morte che non mi convince è quella di un altro ragazzo: Riccardo Manfredi; io ho fatto parte proprio di quel reparto dei Carabinieri (il Nucleo Tribunali Traduzioni e Scorte) e tutta la storia sulla sua fine non mi convince.