«E qualcosa rimane, fra le pagine chiare, fra le pagine scure», cantava De Gregori nei Settanta. Parole sottili e delicate in un tempo vorace e ruvido eppure oggi utili per leggere “Ragazzi”, il nuovo lavoro di Pietro Comelli. Un libro decisamente sorprendente, dedicato proprio alla generazione che a Trieste — città di confine, città simbolo, città eccentrica— ascoltava, tra tante canzoni e troppi slogan, i versi di “Rimmel”.

Ma andiamo per ordine. Notevole l’intuizione di fondo: sullo sfondo della grande storia — la guerra fredda, le tensioni italo-jugoslave, gli anni di piombo — l’autore ha scelto di raccontare la sua (la nostra) Trieste attraverso dodici piccole, piccolissime storie che, pagina dopo pagina, prendono spessore e diventano un indiretto dialogo — imprevisto e, forse, liberatorio — tra ragazzi invecchiati di destra e sinistra, tra “neri” e “rossi”, tra “noi” e “loro”.

A scanso d’equivoci chiariamo subito che “Ragazzi” non è una somma di tristi amarcord di ex militanti (o/e militonti) e neppure, grazie al cielo, un improbabile “embrassons-nous” generazionale. Nessuno si scusa di niente, nessuno rinnega nulla, le differenze c’erano e rimangono. Tutti, però, raccontano i loro percorsi e cercano di spiegare gli innumerevoli perché di un impegno e di un sogno. Vi sono, ovviamente, gli scontri di piazza, i cortei, le occupazioni, la rabbia ma anche (e soprattutto) le vite, gli amori, gli scherzi, le risate, i dolori, le speranze, le illusioni e le inevitabili delusioni. Le idee, alcune improbabili altre ancora valide.

Com’è giusto e doveroso, i vissuti e le prospettive (immaginarie o reali, poco importa) erano e rimangono divergenti, distanti. Ma simili erano i problemi in famiglia. Silenzi, liti, rotture. Quell’incomunicabilità, quella freddezza tra genitori e figli. Un groviglio di fili spezzati tra la generazione stritolata della guerra e la generazione (apparentemente) felice ma ribelle. Da qui anche la distanza, la diffidenza verso i partiti di riferimento: PCI e MSI, falce e martello e fiamma tricolore.

Sulla narrazione destrista in terra giuliana Comelli ha già indagato nei suoi precedenti (ottimi) lavori — “Trieste a destra”, “A colpi di manifesti”, “Leggete Tolkien, stolti” e “I mondi di Almerigo” — ma questa volta aggiunge un tassello in più. Come si evince dalle testimonianze raccolte, la destra giovanile guidata da Almerigo Grilz, il migliore tra noi, fu un’esperienza originale (e irripetibile) del tutto estranea al c.d “fascismo di confine” di Giunta e nemmeno un’eredità del defunto regime o un mero allungamento del neofascismo missino.

I ragazzi di via Paduina, più o meno consapevolmente, riflettevano e interpretavano i caratteri di una parte importante della città: il “fiumanesimo” di D’Annunzio — al tempo erano trascorsi poco più di 50 anni da quella fantastica “festa della rivoluzione “ sul Quarnaro—; poi la memoria dei quaranta terribili giorni d’occupazione yugoslava, l’eredità del massiccio esodo istro-dalmata (fenomeno che mutò gli equilibri demografici e culturali cittadini) e il ricordo della durissima battaglia per Trieste italiana, culminata con i caduti del novembre 1953 e la massiccia festa di popolo del ’54. Il giorno del ritorno del tricolore a San Giusto.

In più vi era la sensazione angosciante, ma terribilmente reale, di vivere sul crinale di due mondi assolutamente incompatibili. L’Est sovietico e l’Ovest euro-americano. Trieste, dunque, come ultimo avamposto dell’Occidente o/e prima tappa dell’Armata rossa. Ai valichi di Basovizza o Rabuiese c’erano i soldati con la stella rossa e sui monti del carso sloveno enormi scritte ci ricordavano che “Trst je nas”, Trieste è nostra. Una minaccia che per quattro decenni accompagnò le vite dei nostri genitori e, di conseguenza, le nostre. Piccolo ricordo personale. Il frastuono assordante delle radio e dei televisori nell’agosto del 1968. L’invasione di Praga aveva atterrito l’intera città. Con il fiato in sospeso si attendeva l’inizio della terza guerra mondiale. Eravamo in prima linea. A pochi chilometri delle nostre case passava il confine, il fronte. “Loro” erano i complici degli invasori.

Atmosfere e sentimenti che la sinistra comunista non riusciva, non poteva capire e condividere. Da qui la sua estraneità, la sua lunga sconfitta, la nostra breve vittoria. Nel contesto triestino i ragazzi della FGCI e dei vari gruppi massimalisti — in gran parte figli di famiglie intrise da mitologie staliniste — non furono in grado (compito improbo, ammetto) di esprimere una netta linea di rottura con la dirigenza piccista pesantemente influenzata da Vittorio Vidali, senatore del PCI, ultra sovietico e (probabilmente) massacratore in Spagna e in Messico di trotzkisti e anarchici.

La “nuova sinistra” triestina rimase schiacciata sotto il peso degli errori della “vecchia sinistra” e non seppe esprimere una posizione definitiva sul problema della frontiera, dell’esodo, su quella Yugoslavia comunista così vicina, così povera ma costantemente minacciosa. Sul trattato di Osimo, la rottura definitiva.  Alla vulgata vidaliana — il partito ha deciso che Tito è un compagno che talvolta esagera, ma Radio Capodistria e tutto il resto ci servono, etc.… — perfettamente sinergica alle politiche democristiane morotee, si opposero solo gli anarchici del gruppo Germinal, una piccola isola d’intelligenze con cui (do you remember, Marco…) talvolta discutemmo, ci confrontammo. Con malcelata empatia.

Cosa rimane di quegli anni? Molte ipotesi da esplorare su Trieste come laboratorio della guerra fredda, teatro di spie e trame intrecciate. Vicende cupe ma che non riguardano i “Ragazzi” narrati da Comelli.  Sarà un altro libro. Intanto vi sono due storie d’amore — Flavia e Laura —, un’amicizia forte tra due opposti — Claudio e Paolo — e altre belle situazioni. Il tutto impreziosito da ritagli di giornale e tante foto. Comelli le ha ritrovate assicurandoci(mi) l’ennesimo tuffo al cuore.  Va bene così. De Gregori cantava «Hai detto “è tutto quel che hai di me”. È tutto quel che ho di te».

 

Pietro Comelli, RAGAZZI, Spazio Inattuale, Trieste, 2020, pp. 178, euro 20.00