Mi telefona in studio Beatrice, amica di lunga data, il nome è però di fantasia, che mi racconta la piccola avventura vissuta quello stesso pomeriggio. Stava accompagnando in auto il marito ad una visita medica importante, perché era stato da poco operato al cuore; nell’attraversare una rotonda nei pressi di un quartiere della città dove sorgono molte case popolari, un ragazzino era schizzato fuori in bicicletta da un marciapiede proprio davanti a loro, costringendo Beatrice ad inchiodare la macchina , che fortunatamente procedeva a velocità molto ridotta. L’impatto era stato minimo, tanto che nell’urto il bambino era caduto dalla bicicletta ma si era rialzato subito. Beatrice era scesa immediatamente dall’auto per sincerarsi che non si fosse fatto male; il ragazzino, già in piedi, le aveva detto che non si era fatto niente, alle insistenze della donna aveva ribadito che era tutto a posto ed era scappato via correndo, abbandonando la bici in mezzo alla strada. Ora, per qualsiasi ragazzino al mondo la propria bicicletta rappresenta quanto di più prezioso possa possedere, tranne evidentemente in questo caso.

Beatrice aveva riposto la bici accanto ad un palo sul marciapiede ed era risalita in macchina, avviandosi con il marito, seduto a fianco, all’appuntamento con il cardiologo.

I due coniugi non sapevano di trovarsi in una situazione che, se fosse trasposta in un film d’avventura, prevedrebbe due esploratori bianchi che attraversano la folta giungla senza sapere di essere visti da centinaia di occhi, nascosti nel folto della vegetazione.

Infatti dopo un paio d’ore, rientrati a casa, trovavano davanti ai citofoni del portone due agenti della polizia municipale, alla ricerca della portineria. “Chi state cercando ?” aveva chiesto Beatrice e la risposta era stata: “ il signor Colombo” . “Il signor Colombo sono io” aveva risposto il marito. “Ci risulta che lei abbia avuto un incidente stradale urtando un ragazzo poche ore fa.” avevano affermato gli agenti.

Per farla breve Beatrice ed il marito avevano invitato gli agenti nel proprio appartamento e spiegato come si fossero svolti i fatti; Beatrice aveva una patente immacolata , nemmeno una multa per divieto di sosta nella sua carriera, aveva ammesso di aver urtato sì il ragazzino, che peraltro si era buttato in strada incurante di chi sopraggiungesse, ma non gli aveva provocato danni, lo aveva prontamente soccorso, per cui si sentiva con la coscienza a posto.

“Signora, mi spiace per lei ma le dobbiamo comminare una multa di 230 euro, perché lei doveva comunicarci l’avvenuto incidente e non l’ho ha fatto; ci hanno pensato quelli del bar a fianco.”

Che guarda caso avevano già pronti carta e penna per scrivere il numero di targa e telefonare alla polizia locale.

“Si auguri poi che i genitori del ragazzino non decidano, anche solo per scrupolo, di portarlo in pronto soccorso, perché se fanno rapporto per lei si aprono le porte del penale.” avevano aggiunto i solerti agenti.

Oppure, aveva pensato Beatrice, potrebbe arrivare una telefonata a casa del tipo :” Sa, signora, lei rotto bicicletta a figlio mio, costare tanto, cinquecento euro e noi aggiustare tutto.”

In questa vicenda la vittima principale è un bambino che non appare nel racconto, ma che, quando si svolgevano i fatti, cercava disperatamente la sua bicicletta svanita nel nulla, eppure era sicuro di averla legata con una catenella all’albero sotto casa. Piangendo era ritornato dalla mamma, scoprendo in che brutto mondo gli toccava vivere.

La seconda vittima è Beatrice che ora sussulterà ad ogni squillo di telefono, lei che pensava di aver fatto tutto giusto, andando piano per strada, soccorrendo il ragazzino e portando con premura il marito dal cardiologo.

Le terze vittime sono i due agenti della polizia locale che hanno compiuto il proprio dovere, ma per le diaboliche leggi italiane si sono resi complici di collaborazionismo con la piccola malavita che infesta la città.

Mentre ricevo la telefonata ho davanti un paziente, che appena riaggancio, avendo origliato qualcosa, mi racconta di sua moglie che, quella stessa mattina era reduce da una notte in pronto soccorso in un grande ospedale milanese, per assistere la madre anziana. Intorno alle otto si era recata nei bagni del nosocomio per rinfrescarsi un attimo ma aveva trovato la toilette invasa da rom che si lavavano alla buona, rendendo inagibili i locali. La signora aveva fatto notare la situazione ad un infermiere di passaggio che , allargando le braccia, aveva spiegato che non c’era niente da fare, che dopo le loro abluzioni i rom avrebbero sfondato le macchinette a gettone delle brioches e fatto colazione. Del resto, aveva continuato l’infermiere :” Se guarda fuori, vedrà che non ci sono regole, che il parcheggio libero qui vicino è interamente occupato da roulotte e macchinone e se uno vuole andare a visitare i propri cari deve per forza servirsi dei posteggi a pagamento.”

Ci guardiamo sconsolati : così va il mondo, a Milano, ma stiamo tranquilli, la città è candidata alle Olimpiadi.