Agli inizi del Novecento, sulle spiagge del Kuwait sbarcava il capitano William Shakespear (senza la e finale, tolta per evitare confusioni inutili), un brillante comandante dei lancieri del Bengala e, soprattutto, dei migliori agenti dei servizi di Delhi. In nome del governo vicereale, l’ufficiale confermò all’emiro protezione e denari e, nel 1910, riuscì ad incontrare Abdul Aziz ibn Saud, sovrano del Najd e iman dei wahhabiti, un’oscura setta islamica ultra conservatrice.

Da sempre rinchiuse nelle regioni meno ospitali della già poco ospitale penisola, nel 1774 le misere tribù beduine controllate dai Saud avevano abbracciato per convinzione o/e disperazione la predicazione di Muhammad ibn ‘Abd al Wahhab, un santone ultra ortodosso, accettando un sistema politico–religioso che definiva con estremo rigore, secondo un’interpretazione occhiuta e ultra puritana del Corano, ogni aspetto della vita e dei rapporti sociali. Una lettura — rafforzata dall’interpretazione data dagli astuti Saud, desiderosi di plasmare e unificare sotto il loro comando genti disperse e indocili — che esasperava la già forte ostilità nei confronti di ogni forma di modernità e offriva finalmente un motivo unificante alla bellicosità delle tribù verso ogni influenza e presenza endogena e, soprattutto, rafforzava la primazia della dinastia.

Uomo acuto, Shakesperar comprese subito le potenzialità del Wahhbismo e le forti ambizioni della famiglia Saud. Da sempre in guerra con i rivali Al Rashid e l’odiata dinastia degli hashemiti — custodi delle città sante de La Mecca e Medina e primi beneficiari dei proventi dei pellegrinaggi —, Abdul Aziz maturava progetti di conquista e vendetta e non ebbe problemi ad entrare in sintonia con l’inviato britannico. A sua volta Shakespear intravide nel suo ruvido interlocutore la possibilità di una rivolta anti ottomana e la creazione di un regno arabo autonomo nella sfera dell’impero britannico. Un progetto ardito che Londra, preoccupata dal quadro internazionale e sempre attenta agli equilibri religiosi e interarabi, preferì congelare, rinviando ogni impegno.

L’astuto Abdul Aziz ibn Saud comprese la situazione ed accettò con regale garbo i doni e, soprattutto, l’assicurazione di un generoso contributo in sterline oro dell’Indian Office. Senza scomporsi e ormai sicuro d’aver saldato un rapporto preferenziale con gli inglesi d’India, il principe dei Saud iniziò la sua veglia d’armi.

Qualche anno più tardi, superata senza scossoni la tempesta della grande guerra e la frantumazione dell’impero ottomano, l’oscuro monarca regolò i conti con i detestati rivali hashemiti conquistando nel 1926 La Mecca. Nel 1932, sterminati gli ultimi avversari, ibn Saud fondò il regno dell’Arabia Saudita, la roccaforte della “vera fede”. I britannici accettarono il fatto compiuto. Per la Gran Bretagna—impegnata nel controllo dei ricchi giacimenti petroliferi dell’Iraq e della turbolenta Persia — il desolato, poverissimo reame non interessava. Un errore clamoroso.

Nel 1938 tecnici americani scoprirono sotto le sabbie fiumi d’oro nero. Un tesoro straordinario che convinse il presidente Roosevelt ha incontrare il monarca nel 1945 — il celebre convegno sull’USS Quincy — e a sigillare un’alleanza ferrea con gli infidi Saud. Il resto è storia nota. Da allora, all’ombra della protezione degli USA, l’Arabia Saudita si è trasformata in un gigante economico. Un successo pieno che non ha (almeno apparentemente) intaccato la rigida ortodossia wahhabita. Per di più, grazie ai petrodollari, i coronati successori del fondatore hanno sviluppato nei decenni una politica estera spregiudicata quanto subdola, mirante a sostenere in tutti modi la crescita del fondamentalismo sunnita nel mondo musulmano. Paradossalmente il lavorio degli ultra conservatori di Riyad e Jeddah ha contribuito a destabilizzare l’intero Medio Oriente ed è alla base dell’attuale deriva della Siria e dell’Iraq e del tracollo della Libia.

Ma, come recita un vecchio adagio, chi semina vento raccoglie tempesta. È il caso proprio dei sauditi, ormai nel mirino dei vari califfi che si agitano nel Levante. Da qui la decisione di sigillare il traballante regno con un’opera colossale, il Northern Border Security (NBS). Il “vallo saudita” diverrà a breve un sistema completamente integrato di soluzioni tecnologiche di sicurezza che dovrebbe coprire i 900 chilometri di confine con l’Iraq, strutturato su un muro di sabbia, tre linee di recinzione metalliche con cortina e filo spinato, sette centri di comando e controllo, 32 centri operativi, 40 torri di guardia. A guardia della gigantesca opera una flotta di 240 veicoli 4×4 e 10 mezzi dotati di sistemi di sorveglianza mobile. Un investimento enorme ma, a nostro avviso, insufficiente e, forse, persino inutile sui tempi medio-lunghi.

Come avverte la storia, le grandi muraglie non servono se non vi è lucidità politica e prospettiva storica. Due dati non proprio familiari alla corte dei Saud.