C’è una persona che conosco superficialmente e che abita dalle mie parti in Toscana, uno che fino a poco tempo fa militava in Fratelli d’Italia e che adesso ha lasciato il partito in polemica con la sua linea politica. Non farò il suo nome perché, sebbene esso sia finito su giornali locali e nazionali, non è di lui che voglio parlare ma di una situazione più generale. Questa persona di cui parlo indossa la divisa da poliziotto, e ha deciso di abbandonare il partito della Meloni chiedendo d’esser imbarcato sulla Sea Watch, per aiutare gli immigrati che – a suo dire – non possono essere lasciati morire in mare da una destra (quella “salviniana”, ma par di capire, pure quella “meloniana”), percepita come “razzista” e “insensibile”. Questa persona è già passata alle cronache come il “camerata umanitario”. Si commenta da sé.

Perché ne parlo? Perché a quanto pare, il “camerata umanitario” si appresta ad aderire a un nuovo progetto (un altro?) a destra, denominato “Manifesto per una Buova Destra”. Ricorda vagamente “A cercar la bella destra. I ragazzi di Montanelli”, un piacevole libro uscito nel 2005 scritto a quattro mani da Paolo Avanti e Alessandro Frigerio. Quel libro ovviamente indicava come “bella destra”, quella liberale e conservatrice montanelliana, rappresentata negli anni Ottanta da “Controcorrente Giovani”, un gruppo di studenti universitari che diede vita a un’associazione politico-culturale ispirata ai valori ideali del grande giornalista di Fucecchio.

Questa nuova iniziativa invece, della quale si prevede la nascita per il 15 marzo 2020, è una cosa ben diversa. Infatti, dietro a “Buona Destra” e i suoi circoli attigui, c’è l’onnipresente Filippo Rossi. Costui, da tempo, spara a palle incatenate contro Salvini, Feltri, Del Debbio, e tutta quella destra che – politicamente e/o culturalmente – viene percepita genericamente come “populista” e “sovranista”, e che Rossi e i suoi sostenitori accusano d’essere “becera”, “truce” e “incolta”.

A essere sinceri, il “j’accuse rossiano” è largamente motivato e giustificato. Politicamente parlando, siamo passati dal “berlusconismo” al “salvinismo”, ovvero, dal “partito liberale di massa”, a un partito convintamente “populista” con ambizioni (confuse) di “sovranismo represso”. Forse un passo avanti, ma non basta. Così come il Cavaliere, dietro Salvini sembra esserci il deserto. A parte Borghi e Bagnai che hanno idee economiche che possono piacere o meno, ma sono indubbiamente preparati, esclusi loro dicevamo, non pare esserci una classe dirigente, né un progetto politico preciso. Anche il “sovranismo” sembra essere una bandierina che viene issata di tanto in tanto senza molta convinzione. Toni e contenuti di Salvini, sono più che discutibili: le felpe, le ruspe, i rosari, i “Vinci Salvini”, i selfie, l’ossessiva onnipresenza sui social a colpi di foto e video, le frequentazioni sguaiate al “Papeete Beach”, le sue “discutibili” posizioni filo – Trump in politica estera sul pericoloso blitz che ha ucciso Soleimani, e, infine, ma non ultimo, la sua decisiva caduta di stile con la famosa “citofonata” in piena campagna elettorale. Se chi critica questi comportamenti “da sinistra” dimostra ipocrisia (da che pulpito), è pur vero che “da destra” è doveroso anelare a ben altre “forme” e “sostanze” politico-culturali. Chi è stato Ministro dell’Interno e ambisce a tornare al governo del Paese, non può permettersi simili leggerezze, che fanno provare un grande rimpianto per statisti quali Almirante, Berlinguer, o Craxi.

Ma anche sul piano giornalistico/culturale, le migliori menti all’interno del vasto campo di Centro-destra, sono relegate in secondo o terzo piano (salvo eccezioni), mentre sono sempre in risalto i soliti personaggi che generalmente puntano a un linguaggio rozzo fino all’inverosimile. Ovviamente questa forma di comunicazione, nella politica, nel giornalismo, nella TV e sui social, ha avuto una “forte presa” sulla gente; attraendo consensi elettorali, alzato le tirature di giornali e gl’indici d’ascolto dei vari talkshow. Tuttavia, a lungo andare, finiscono per mostrare la corda, la gente si stanca, si nausea, e si rischia un effetto boomerang. Inoltre, se anche continuassero a “premiare” in termini “quantitativi”, lo farebbe a discapito dell’aspetto “qualitativo”.

Governare, non basta, occorre avere un progetto culturale, un’idea di Stato e di nazione, protendere verso una visione “formativa” del popolo, e non limitarsi a “basso riformismo” o, peggio, all’amministrazione dell’esistente. Insomma, la necessità di dare vita a una “Bella Destra”, ci sarebbe anche. Ma i presunti “fautori” di questa destra “bella”, sono personaggi che spesso abbiamo già visto all’opera e hanno indicato strade sbagliate e pericolose, producendo danni enormi. Per tornare per esempio a Filippo Rossi, sarebbe sufficiente ricordare alcuni passaggi della sua attività. Certamente Rossi è un brillante intellettuale (scrisse lo spassoso “Fascisti Immaginari” assieme a Luciano Lanna, uscito nel 2003), ha animato e anima il panorama intellettuale della destra. Però è stato anche sostenitore della strampalata “scissione finiana” di Futuro e Libertà per gli Italiani, supportata dalla fondazione culturale Farefuturo. Se sul piano meramente culturale, Farefuturo fu, ed è, un’interessante “fucina”, sul piano politico FLI di Gianfranco Fini – e di quanti lo seguirono in quella travagliata avventura – si tradusse in un magro 0,5% dei consensi elettorali.

Ma il problema vero non fu tanto l’insuccesso, quanto il pericoloso miscuglio confuso d’idee politico-culturali contenute in quel progetto; idee spesso talmente in conflitto tra loro da renderlo velleitario e azzardato. Nel “futurismo finiano” confluirono persone che provenivano dal radicalismo pannelliano e altre cresciute tra Rauti ed Evola. Un po’ troppo come “sincretismo politico”. Se sul piano culturale, idee anche molto distanti (o che sembrano tali), possono convivere, politicamente questa “fusione a freddo” finisce spesso per fallire e provocare rovine. E a quanto pare, l’esperienza rovinosa di Fini non è stata di lezione a sufficienza, perché i loro eredi perseguitano per quella strada. Basti pensare che il “vulcanico” Rossi è arrivato persino a elogiare, durante la campagna elettorale in Emilia Romagna il movimento delle “Sardine”. Decisamente troppo!

Insomma, i “finiani” sono ancora all’opera, e più che opporsi alle sinistre, sembrano accanite nel battagliare col sovranismo, inviso come “rigurgito neofascista”. È un film che abbiamo già visto. E se il sovranismo è ancora un amalgama confusa, l’alternativa per la destra non può certo essere l’euromondialismo di sinistra, o quello speculare, di una destra “mancina”; è un vizio di una parte del destrismo italico ad atteggiarsi a “illuminato”, cercando di distinguersi, anelando l’accesso ai salotti buoni dei radical-chic, e che cerca come “pretesto storico”, connessioni assurde che non hanno consistenza alcuna. E allora si cita a vanvera il futurismo marinettiano, il legionarismo dannunziano e fiumano, il “sansepolcrismo”, il “fascismo di sinistra” di Nicola Bombacci, il “rautismo” del MSI (dimostrando di non aver capito un fico secco del pensiero di Rauti), fino a scimmiottare “a destra”, il “socialismo tricolore craxiano”.

Sono paragoni inverosimili, perché distanti anni luce sono i contesti storici, e perché divergenti sono gli esiti a cui conducano. Chi oggi “gioca” al sincretismo, non prepara la strada a un’improbabile “rivoluzione conservatrice”, bensì spiana la strada al mercatismo selvaggio e al nichilismo etico globale. E se sul piano artistico, culturale, intellettuale, questo incontro (e scontro) d’idee, nutre (quando non si esageri) la destra di una preziosissima ricchezza, garantisce la “pluralità”, la “dialettica interna”, la capacità di andare oltre a un certo “provincialismo mentale”; politicamente tale confusione è solitamente insidiosa e provoca, come già in passato, “divisioni” e “deviazioni”, spesso dovute più a personalismi dandistici, atteggiamenti estetici, suggeriti dal gusto della “distinzione” e della “provocazione”; alla ricerca ossessiva all’eresia a tutti i costi, fantasticando su destre “fantasiose e irreali”.

Se queste molteplici correnti “di destra” restano unite e agiscono all’unisono, tutto funziona per il meglio, ma se si separano e si disperdano, battagliandosi tra loro, giocando di sponda con il progressismo, allora è la rovina. Perciò, la destra, quella che noi intendiamo e desideriamo, si trova oggi schiacciata tra il “trash” (prodotto per lo più dal post-berlusconismo), da una parte, e la “destra alla coque”, dall’altra, che fa il verso alla “sinistra al caviale”.