Questa storia che dagli arresti domiciliari si passerà (pare) all’obbligo di dimora nella propria regione francamente è ridicola. Inutilmente punitiva per chi (magari dopo anni di sacrifici e lavoro) possiede una seconda casa in qualche amena località di villeggiatura, peraltro mantenuta a caro prezzo e gravata da ogni genere di imposte e balzelli, che da mesi non può visitare o controllare.

Ma, oltretutto, anche ottusa, visto che permette a un milanese di andare a Livigno (ad esempio) compiendo quasi 250 chilometri ma non a Rapallo che ne dista poco più di 160. Stesso dicasi per chi abita a Cuneo che potrebbe andare a Bardonecchia distante quasi 200 chilometri ma non a Savona dove gliene basterebbero 100.

Ancor più assurda è, però, la condizione di chi vive in zone ‘di confine’… Io abito in Lombardia in un territorio al crocevia di quattro regioni dove si incrociano in pochi chilometri anche Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna dove però non potrei spostarmi.

Nella drammatica improvvisazione con la quale tutto viene gestito, inoltre, vengono fatte filtrare notizie destinate a provocare dubbi e interrogativi su tutto. Se verranno revocati come pare gli ‘arresti’ chi, per esempio, deve spostarsi per lavoro (penso a un imprenditore che debba riallacciare i rapporti con un fornitore o con un cliente, ma anche a un rappresentante) come dovrà regolarsi se deve recarsi fuori regione? Riprenderà il balletto delle autocertificazioni e delle circolari dei vari ministri, nel delirio di onnipotenza delle forze dell’ordine impegnate a districarne la matassa?

A complicare ancor più il quadro ci sono le esternazioni dei ‘tecnici’ sulla fine dell’epidemia e le misure da adottare per il futuro. Sono persino più chiari i destini dei mafiosi al 41bis liberati dal carcere per il ‘rischio contagio’ che quelli degli italiani dopo una Quarantena che sembra un ergastolo con tanto di dicitura ‘fine pena mai’.

Se chi governa lo fa per la nostra salute, sicuramente non lo fa per quella mentale. Il fatto è certo.