Non mi aspettavo niente ad andare a vedere questo film, se non che la sollecitazione veniva da mio figlio, che di film se ne intende, e che era una buona occasione per non lavorare. Essendo io un libero professionista, dunque un prestatore d’opera per conto dello Stato (con l’87% dei prelievi sui miei guadagni), ormai sono interessato a lavorare come un custode di Pompei, per cui ogni scusa è buona per non fare niente. E’ vero che io non ci guadagnerò un cavolo, ma non ci guadagnerà neppure lo Stato, per cui godo nel profondo: meglio la fancazzite acuta che le corvées…
Non mi aspettavo nulla di particolare – ribadisco – anche se devo dire che Ridley Scott, come regista, mi è sempre piaciuto. E, in effetti, nulla di particolare sotto il profilo della vicenda, abbastanza scontata, né della recitazione, affidata a un bel gruppo di bravi attori.
Quella che mi è molto piaciuta, per contro, è stata l’ispirazione di fondo, palesemente riferita a un principio come “là dove c’è una volontà, là c’è una via”, abbinata alla fede perenne nella possibilità di compiere grandi imprese, se solo si vuole (e si riesce ad) andare oltre se stessi. Soprattutto ho apprezzato il ritmo della narrazione, teso al punto da tenere lo spettatore incollato alla poltrona per oltre due ore; la sottile vena di ammiccante ironia che percorre tutto il film e – fondamentale per me, che considero la mia vita immersa in una perenne colonna sonora – una soundtrack che più che mai ha funzione di coro, da un lato alleggerendo le fasi di rilassatezza e facendo da controcanto all’ironia, dall’altro sottolineando esplicitamente, con riferimenti spesso divertiti, alcuni punti chiave della narrazione, dove i dialoghi sono letteralmente lasciati alle parole delle canzoni.
Per un grande amante della musica pop come chi scrive, sentire David Bowie cantare tutta Life on Mars, gli Abba cantare ironicamente Waterloo in un momento chiave della vicenda, oppure Gloria Gaynor chiudere non meno ironicamente i titoli di coda con una canzone – I will survive – che si dimostra perfettamente in linea con l’obiettivo del film, e ancora ascoltare qualche altro celebre pezzo di disco music, è una soddisfazione non da poco per chi – come me – ritiene che in un’opera cinematografica le componenti extra-diegetiche abbiano un ruolo fondamentale.
Ovviamente, allo spettatore medio non è richiesto di condividere le mie piccole manie, ma, in un contesto in fondo abbastanza commerciale, ho intravisto spunti che mi sono piaciuti, ispirati alla contaminazione culturale e formale – soluzioni che amo molto – e a una modernità di fondo che per me è sempre uno dei migliori segreti dello storytelling. E, pur fra molte concessioni al “politicamente corretto”, The Martian è un’opera cinematografica che reitera – rinnovandola – la tradizione più classica dello storytelling di marca statunitense. Siamo molto più vicini alla propaganda che alla lettura critica e disincantata, ma ci sono tante cose da leggere tra le righe, non tutte spregevoli.
In definitiva, mi sono divertito, sempre più convinto del fatto che – come scrisse Nietzsche – “se non ci fosse la musica, la vita sarebbe un errore”.