A modesto parere dello scrivente, Checco Zalone (al secolo Luca Medici) è un genio comico. Sempre a modesto parere dello scrivente, non è onesto fare il tifo al cinema, e tantomeno nell’arena politica. C’era insomma poco da giubilare per sovranisti e dintorni, quando il musicista e attore pugliese ha diffuso un filmato promozionale (già per i precedenti film si sono preferiti, ai tradizionali trailer, scenette senza materiale dall’opera stessa) nel quale sembrava schierato su posizioni anti-immigrazioniste. C’era altrettanto poco da scandalizzarsi, sul fronte “buonista”. Era tanto ovvio che fosse una finta.

“Tolo Tolo” ha appena invaso le sale cinematografiche italiane, superando gli incassi dei precedenti film di Zalone che già erano portentosi. Il bluff è stato subito scoperto: il film è uno spot filo-immigrazionista di un’ora e mezza.

Sia chiaro, è una commedia carina. Dire che è brutto soltanto per il parere che esprime sarebbe sgradevole. Resta lontana la vetta, il primo film, “Cado dalle nubi” (2009), macchina quasi perfetta composta da ingranaggi comici oliatissimi e calibratissimi; lo seguiva quello che resta il peggior film del Medici pugliese, “Che bella giornata” (2011), per il semplice fatto che fa poco ridere; molto meglio, molto più divertenti “Sole a catinelle” (2013) e, pur con meno ritmo, “Quo vado?” (2016).

Le trovate comiche non mancano, sono solo meno devastanti e frequenti rispetto al primo e al terzo film (in “Sole a catinelle” poi Zalone aveva per spalla un bambino dal carattere che al piccolo comprimario di “Tolo Tolo” non è stato attribuito). Insomma un buon film comico, non tale da giustificare incassi superiori a un “cult” come “Cado dalle nubi”, ma una commedia apprezzabile.

Ovviamente a livello di contenuti il film è deludente. Non perché si schieri apertamente con la causa immigrazionista: se Zalone è del parere, che male c’è?; piuttosto, per la furberia. La prima immagine che si vede dopo il cartello “fine” è l’avviso: film realizzato con contributi ministeriali.

Altro che politicamente scorretto, Zalone ha fatto la cosa giusta al momento giusto. Aveva contro la Cinecittà più chic: ogni suo film era stroncato da critici col birignao e da colleghi pariolini (Verdone lo trovava sopravvalutato, Castellito concedeva che fa sorridere “ma non è cinema”), con accuse di berlusconismo (assurde, gli indizi per smentirle sono troppi) e di qualunquismo (già più legittime).

Sarà l’ansia di dover a ogni uscita replicare i roboanti successi delle precedenti, sarà il tedio di chi sa far le cose per bene e si trova subissato di critiche da chi non ci riesce, sarà il fatto che il nostro uomo comunque tiene famiglia.

I motivi per affidarsi Paolo Virzì per scrivere assieme soggetto e sceneggiatura insomma c’erano: se non puoi batterli, alleati con loro.

Così gli italiani sono tutti gretti (tranne quelli che lavorano con le ONG), gli africani sono tutti buoni (uno tradisce, ma poveretto ha i suoi motivi; un altro – quello del filmato promozionale – è un po’ molesto ma in fondo è una sagoma), le ONG sono sacrosante (e i suoi operatori sono tutti bellini) e soprattutto il fascismo è una malattia (che si cura viaggiando e leggendo, bla bla): un’infezione, come la candida.

Ci sono persino Nichi Vendola che fa la parodia dell’imitazione che di lui faceva Zalone (sembra Montesano quando faceva la signora inglese); Massimo Giletti che si scandalizza per i boati sovranisti del pubblico in sala; Enrico Mentana, il Vate dei buonisti da Facebook. Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali ha deciso così, andate in pace, ce lo chiede l’Europa.

Non ci si arrabbi con Zalone, lui fa il suo mestiere e, a parte il secondo film e qualche imitazione di cantanti fatta soltanto per malanimo, lo sa far bene. Piuttosto: dov’è finita la furia di quelli che volevano bruciare in piazza il film? Dove sono i sommi sacerdoti del politicamente corretto, che prima di Natale chiedevano si impedisse la circolazione dei film di Zalone? La prossima volta che le “sardine” diranno di essere l’Italia che si ribella, si rammenti che (mica da oggi) l’egemonia culturale la detengono loro (e con essa, i fondi ministeriali). I sovranisti, anziché accusare di tradimento un comico che non ha mai fatto nessuna professione di fede politica, si decidano a rispondere. Non con schiamazzi, ma con proposte (e quando queste arrivano, le si ascolti).