Riprendendo l’attività dopo le ferie estive, mi viene a trovare in ambulatorio colei che chiameremmo Chantal, una signora quarantenne cingalese, piacente ma non bella, dalla pelle ambrata, come maggiormente richiesto dai futuri mariti nei contratti prematrimoniali nel sub continente indiano.

Non è venuta per un controllo clinico ma, mi spiega, solo per una visita di cortesia per salutarmi e ringraziarmi.

E’ accompagnata dal figlio maggiore di tredici anni, tra pochi giorni partirà per l’Inghilterra. Le chiedo se si tratterrà per molto e mi risponde che no, si trasferisce con tutta la famiglia definitivamente laggiù.

“E’ successo qualcosa ?”

“Dottore, non ce la sentiamo più di stare in Italia, vogliamo assicurare un futuro ai nostri figli .”

Chantal ha un buon lavoro, come molti cingalesi è custode per un condominio in centro, il marito è impiegato da qualche parte, credo in una ditta di trasporti, la sua affermazione mi stupisce.

“Voi italiani siete buoni, ma disorganizzati e un po’ razzisti. Ci accogliete e siete carini con noi, però ci destinate solo a lavori come operai, manovali, trasportatori, magazzinieri. I più fortunati fanno i cassieri in qualche supermercato, ma per i posti di responsabilità, anche se abbiamo i titoli di studio, preferite solo i vostri connazionali. Quando faccio la fila alle poste a me danno del tu , alle altre donne dicono “buongiorno signora”.

“Forse è per mettervi a vostro agio…” cerco di ribattere e mi viene in mente che anche i miei pazienti chiamano me ” dottore” e le mie colleghe ”signora”.

“… e poi gli inglesi sono più razzisti di noi…” aggiungo.

“E’ vero ma anche molto organizzati a gestire l’immigrazione e noi stranieri laggiù siamo tanti e non possono metterci in minoranza.” replica Chantal.

“ ..e poi il sistema sanitario britannico è molto più cinico del nostro, la Lombardia è leader in Europa, le toccherà un medico pakistano… “ ribatto un po’ polemico.

“ Ma il futuro dei nostri figli è ciò che più conta e l’Italia non mi dà più fiducia.” conclude.

“Andrete a vivere a Londra ?” chiedo.

“No a Birmingham” e lo dice con una pronuncia perfetta, come mai avrei fatto io, e chiude la partita.

Passa un giorno ed arriva in studio Martina, tutta sorridente, deve fare degli esami di prevenzione, approfitta delle ferie in Italia perché ha trovato lavoro in Israele. Si era licenziata due anni fa da una grossa finanziaria di Milano per incompatibilità ambientale, ma faticava a trovare un nuovo lavoro. Era arrivata in Italia dieci anni fa da un paese mitteleuropeo, con grandi speranze. Spaziando sul mercato del lavoro, l’anno scorso aveva accettato un’offerta a Tel Aviv, per prova. Ora è tutta entusiasta, è molto apprezzata nella nuova società perché conosce molte lingue slave e l’italiano, le hanno affidato un ruolo importante anche se è rimasta cristiana, nonostante le continue pressioni per cambiare religione.

E’ soddisfatta perché ha trovato casa in affitto in centro ma a due passi dal mare, lavora dal lunedì al giovedì poi gli altri tre giorni in medio oriente sono consacrati alle varie religioni.

“La cosa che apprezzo di più è che a Tel Aviv una donna può andare in giro da sola a qualunque ora del giorno senza correre alcun rischio, questa per me è libertà” mi dice, spiazzando tutte le mie convinzioni.

“In Israele c’è spazio per i giovani, si guadagna bene, l’ortodossia religiosa non è così incalzante come si crede.” E mi fa capire che l’Italia è un capitolo chiuso per quanto riguarda il lavoro.

Questi due episodi sono solo due indizi, ma mi fanno capire che l’Italia non è più una terra promessa, ed anche tra i nostri giovani c’è chi sceglie professionalmente il mondo anglosassone o quello mitteleuropeo. Siamo diventati un territorio di transito, un’enorme banchina da cui partire per altre destinazioni, che si coniugano con il futuro e la speranza.

E mi fa rabbia e tristezza vedere in televisione il parolaio fiorentino indorare la pillola sulla nostra economia con metafore da televendita ; mi garberebbe che avesse ragione, ma davvero non trovo appigli per farlo. Poi ogni giorno constato la cocciutaggine con cui la sinistra non si accorge della situazione e ripete come un mantra parole d’ordine, che un minimo di rielaborazione critica renderebbe vuote.

La frase più abusata riguarda l’immigrazione : “anche noi eravamo immigrati in America e siamo stati accolti !” ripetono all’infinito.

Ma noi andammo in un paese dagli spazi liberi e sconfinati, come coda di un’immensa colonna di invasori, a togliere terre ai legittimi padroni indiani , a svuotarli della loro cultura, a confinarli nelle riserve.

E se un domani quel destino toccasse a noi, ricordiamoci le parole di Coda Chiazzata, capo dei Sioux Brulè :” Amico mio, avevo dei peli nel palmo ; ma stringendo le mani a tanti disonesti uomini bianchi, li ho perduti tutti. “