Interventi come quello di Massimo Corsaro sul “Jobs Act” e sulle scelte del centrodestra rispetto alla riforma del lavoro, proposta da Renzi, non possono essere lasciati cadere nel vuoto o archiviati con qualche invettiva. Al di là della loro carica provocatoria (“… accettiamo la sfida e votiamo a favore del testo”), le parole dell’esponente di Fratelli d’Italia offrono infatti l’occasione per una riflessione che va ben oltre la materia del contendere. Del resto – come egli stesso ammette – “ci sono momenti che assumono un valore simbolico, addirittura superiore al loro significato specifico”.

Da questo punto di vista, se la chiusura della seconda repubblica, del centrodestra che fu e della credibilità della sua leadership è nei fatti, la discussione vera va aperta non tanto su ciò che il centrodestra ha detto e prodotto negli ultimi vent’anni in materia economica e sociale, quanto soprattutto su ciò che oggi la destra politica, nello specifico FdI, vuole dire e rappresentare in questa complessa stagione della Storia nazionale.

A parte l’inopportunità politica di dare un voto a favore del governo (per questo basta ed avanza Alfano ed il suo Nuovo Centro Destra) sulla base di quali principi, di quali idee di fondo, di quali strategie FdI potrebbe giustificare una scelta del genere? Per fare poi che cosa ? Hanno un valore – usiamo l’immagine di Corsaro – i simboli? Ed allora che senso ha avuto esporre – come è avvenuto al Congresso fondativo di FdI – le immagini di Filippo Tommaso Marinetti, di Giorgio Almirante, di Adriano Olivetti ed evocare l’ideologia italiana ?

Non credo che utilizzare certi “simboli” abbia un valore puramente estetico. Si tratta piuttosto – per dirla con un  autore spesso citato a destra, Ezra Pound – di trasformare le idee in azione. E se le idee – in estrema sintesi – sono quelle che il Prof. Hervé A. Cavallera ha evidenziato a post-fazione del recente libro Riprendersi Giovanni Gentile di Valerio Benedetti e cioè di una destra sui generis, espressione di un movimento rivoluzionario “con forti istanze sociali, ben poco presenti nel liberalismo”  e che nasce  da componenti “social-sindacaliste rivoluzionarie sorelliane e da una filosofia  dell’atto, dunque del divenire, come quella di Gentile”, evidentemente qualcosa di più va detto – da destra – rispetto alle idee e ai programmi degli altri partiti che hanno composto e compongono il  centrodestra.

Il rischio infatti, voto al governo o non-voto al governo,  è che alla gente non siano chiari  gli attuali fattori distintivi della destra italiana, la quale, al di là delle alleanze e dei tatticismi politici dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – essere percepita come diversa rispetto ai paladini della rivoluzione liberale (Forza Italia), agli epigoni mancati del solidarismo cattolico (Nuovo Centro Destra), agli ambigui difensori del “nordismo” (Lega Nord).

Non volendo sfuggire alla domanda di fondo di Corsaro sul “che fare ?”  credo che nello specifico, rispetto agli interventi spot del Governo Renzi, più che rincorrere l’attuale maggioranza andrebbe piuttosto elaborata una controproposta organica in grado di fissare una serie di priorità sui temi dell’economia e del lavoro e proprio in linea con quegli orientamenti culturali ed ideali sopra indicati.

Negli Anni Settanta, nel pieno di una gravissima crisi economica e politica del nostro Paese, la destra dell’epoca si inventò, nel 1977, il Libro bianco sulla politica economica del Msi-Dn, seguito, nel 1982, dal II Libro bianco. Che cosa impedisce, oggi, di elaborare un’analoga, ovviamente aggiornata,  controproposta ?

Basterebbe “mobilitare” quanti, per competenze ed “affinità” culturali, su questi versanti potrebbero dire la loro: pensiamo agli amici del Cesi (Centro Studi Politici e Iniziative Culturali) e al gruppo di Polaris, i quali sui temi della crisi economica e sociale,  molto hanno già detto e scritto, alla Fondazione Ugo Spirito o a quella intitolata a Giuseppe Tatarella, alle tante realtà associative presenti sul territorio, ai siti d’area, alle forze sindacali di orientamento “nazionale”, alla categorie produttive. Sarebbe una prima, organica occasione per mobilitare energie culturali e sociali, oggi disperse, cercando di dare forma ad un progetto alternativo al non-pensiero unico dominante, e risposta ad una   serie di questioni di fondo: chi vuole “rappresentare” veramente FdI ? Qual è la sua base sociale ? Quali priorità individua per il nostro Paese ? Quali  strumenti per raggiungere tali obiettivi ?

La materia del contendere – come si vede – è molta. E va ben oltre l’efficace provocazione di Massimo. Per ritrovarsi spesso“Oportet ut veniant scandala…”. “E’ necessario che gli scandali avvengano…” anche quello di un voto oggettivamente incomprensibile a favore del governo.